Il racconto si apre con un contrasto stridente: l’economia del profitto di Giuda (“Quanto volete darmi?”) contro l’economia del dono totale di Gesù nell’Ultima Cena. In Matteo, il tradimento non è solo un atto esterno, ma un dramma interiore che attraversa ogni discepolo. Quel “Sono forse io, Signore?” pronunciato a tavola risuona in ogni cuore umano.
Gesù risponde trasformando la violenza subita in un’offerta eucaristica. Egli non subisce passivamente la morte; la abita, la trasforma in “sangue dell’alleanza versato per molti”. Qui sta la prima grande lezione spirituale: nella notte più oscura, Dio sta preparando un banchetto.
Nel giardino degli ulivi, Matteo ci mostra un Gesù “triste e angosciato”. È l’umanità di Dio che trema. La preghiera di Gesù è il vertice della lotta spirituale: il passaggio dal “se è possibile” al “sia fatta la tua volontà”.
Mentre i discepoli dormono (una stanchezza che è fuga dalla realtà), Gesù veglia. La sua solitudine è necessaria affinché nessuno sia mai più solo nel proprio dolore. Ogni nostra agonia ha ora un compagno che ne conosce il sapore.
Durante i processi — davanti al Sinedrio, a Pilato, tra gli scherni dei soldati — emerge il silenzio regale di Gesù. Matteo sottolinea la sua identità di Messia: Egli è il Re dei Giudei, ma la sua corona è di spine e il suo trono è la croce.
- Pilato cerca di lavarsi le mani, simbolo dell’indifferenza che uccide quanto l’odio.
- Pietro piange amaramente, scoprendo che la propria forza era solo presunzione.
- Gesù, al centro, tace perché l’Amore non ha bisogno di difendersi, ma solo di darsi.
Il momento culminante è il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Non è un grido di disperazione, ma l’inizio del Salmo 22. Gesù scende nel punto più lontano da Dio — il senso di abbandono — per recuperare chiunque si senta perduto.
Al momento della morte, Matteo annota dettagli cosmici: il velo del tempio si squarcia, la terra trema, i sepolcri si aprono. È il crollo di un vecchio mondo basato sulla separazione tra sacro e profano. Ora, l’accesso al Padre è spalancato per tutti. Il centurione pagano è il primo a vedere: “Davvero costui era Figlio di Dio”.
Il brano si chiude con la pietra rotolata davanti al sepolcro e le guardie a custodire un morto. Sembra la fine di un sogno. Ma spiritualmente, questo è il tempo della pazienza e dell’attesa.
La Passione ci invita a non scappare dalle nostre croci, ma a guardare attraverso di esse. Il corpo di Gesù nel sepolcro non è una sconfitta, ma il seme gettato nella terra.



