Visto che nell’incontro precedente immagino che non sia mancata una componente prioritaria o comunque significativa di teologia dall’alto, in questa non lunga riflessione vorrei partire dall’elemento antropologico, e dunque di antropologia teologica alla luce del mistero del Verbo incarnato.
Cosa significa oggi per un sacerdote essere uomo ed essere umano. Significa un certo modo di vivere i propri pensieri, le proprie intenzioni, i desideri, gli affetti, la propria corporeità. Essere umano significa dare a questo complesso di facoltà un’impronta che lo rende vicino ai propri simili. Se lo vediamo da un punto di vista filosofico, sappiamo quante risposte sono state date alla domanda: che cosa è umano? La risposta aristotelica di animale razionale ha segnato la nostra storia, perché in modo sintetico dice efficacemente molto di ciò che ci individua. Naturalmente abbiamo avuto altre risposte. Ad esempio, animale politico, anche aristotelica. E quella fondamentale della fede cristiana: l’uomo è l’immagine di Dio, è la sua somiglianza. Quante volte abbiamo riflettuto su questo.
Però, quando pensiamo a una persona umana, a ciò che si intende comunemente, ci viene in mente la figura di Pietro, ora di particolare attualità per l’incontro di Benigni con il Papa. La prima cosa che si sente dire di Pietro: piace perché è umano. E da lì capiamo cosa si intende per umano: una persona sincera, una persona non uno stinco di santo ma che sbaglia in buona fede, una persona irruenta e a volte maldestra per troppa generosità, una persona vera, non ipocrita. Ricordiamo la pagina degli Atti degli Apostoli in cui Paolo rimprovera Pietro di comportamento ipocrita, il che potrebbe attenuare questa immagine oppure rafforzarla come una sorta di ipocrisia buona o di bugia a fin di bene. Ma non è questo il punto. Si intende l’umanità come la veridicità di una persona, cioè una corrispondenza immediata tra la propria interiorità e la propria esteriorità, soprattutto quando questa interiorità è caratterizzata da una piena di sentimenti buoni anche se fallibili e talvolta contraddittori.
E quando l’atteggiamento di Gesù viene classificato come umano? Quando si arrabbia; quando si commuove di tenerezza, di paternità o di fronte a Lazzaro; quando soffre tremendamente nel Getsemani; quando ha fame; quando è stanco. Allora Gesù viene ritenuto ‘umano’. Cioè nei momenti in cui manifesta il limite creaturale della sua natura umana o nei momenti in cui la sua misericordia per gli uomini si manifesta visibilmente nelle sue emozioni. Ma perché noi siamo portati a pensare che, in tutta la vastissima gamma di ciò che è proprio dell’uomo, sia questo che viene definito umano? Fa parte del nostro sentire comune che, chi controlla le proprie emozioni con la ragione e la volontà, oppure ha comportamenti non ispirati dalla spontaneità, sia poco umano.
Comportamento disumano è invece quello di una persona cattiva o fredda o spietata. In ogni caso di chi non ha empatia nei confronti del proprio prossimo. Dunque, forse, il concetto di spontaneità e di bontà di sentimenti è il più vicino sinonimo a quello che si intende comunemente, forse in ogni tempo, per umanità.
Essere veri uomini significa dunque essere uomini spontanei e di buoni sentimenti? In senso stretto no, perché anche le persone non spontanee sono esseri umani. E allora? Esseri umani significa avere buoni sentimenti? Neanche è necessario, sia perché anche chi ha cattivi sentimenti un essere umano, sia perché la pratica delle virtù, lo sappiamo bene, implica un’ascesi nella quale a volte dobbiamo lavorare su noi stessi e non dire o fare quello che ci viene di dire o fare.
Cosa allora? Cosa sarà o chi sarà un prete umano? Un prete umano viene ritenuto un prete che si china sugli altri senza giudicarli o condannarli. Un prete umano è uno che non si vergogna di mostrare le proprie debolezze. Un prete umano è uno non attaccato ai codicilli del diritto canonico, quando si tratta di avere compassione del proprio prossimo. Un prete umano è quello che saluta con affabilità il netturbino e il ministro. Questo viene ritenuto un prete umano.
Noi crediamo in Gesù Cristo vero uomo. Cristo non è definito un uomo ‘umano’, ma un uomo vero. Allora la nostra riflessione su chi è il prete dovrebbe incentrarsi su chi è l’uomo vero e se ci sono differenze rispetto all’uomo umano.
Gesù ha un corpo e un’anima, questo sicuramente lo definisce a livello metafisico come uomo, ma nello stesso tempo il suo corpo è solo il suo e la sua anima è solo la sua. Anche questo definisce la verità dell’essere umano: ognuno di noi ha un’anima e un corpo, ma ognuno di noi ha la sua anima e il suo corpo. La differenza fondamentale è che Gesù, dal momento che nella sua persona ha assunto tutta la natura umana, possiamo dire che riassume e racchiude la gamma intera delle dimensioni umane, non segnate dal peccato. E, nello stesso tempo, solo Gesù è Gesù, solo Lui, come uomo, è uomo in quel modo che conosciamo.
Questo è già un insegnamento per noi. Il sacerdote è quello che è, e nello stesso tempo è aperto a tutte le manifestazioni dell’umano. Il sacerdote può essere al modo di Pietro, ma può essere al modo di Giovanni, al modo di Tommaso, al modo di Bartolomeo. Non ce n’è uno che è meno o più umano di altro. Ogni essere umano è stato plasmato per essere quello che è. Dunque il sacerdote, per riscoprire la propria umanità, va alla ricerca di quella identità alla luce di Dio che gli consente di accogliere ogni umanità, a cominciare dalla sua. Se è fatto al modo di Benedetto, non deve sforzarsi di essere al modo di Giovanni Bosco, o viceversa, e non solo in senso vocazionale, ma in senso basicamente antropologico. A volte possiamo torturarci intimamente perché non riusciamo ad essere umani secondo l’idea di umanità che secondo noi va bene.
lo sia come comunione di amore nella Trinità. Ma l’uomo resta quello che è. Come integrare nel sacerdote la femminilità, e in generale l’alterità, in se stesso per essere quell’essere uni-duale che è chiamato a essere? Certo, lo sappiamo. Con il cuore indiviso unito a Cristo, il quale insieme alla vocazione ci dona la grazia che va oltre la natura. Ma andare oltre non significa distruggere. Dunque quell’essere verso l’alterità come si configura ontologicamente nel sacerdote? Trovando in Cristo ancora una volta la pienezza dell’umanità. Egli è Colui che rimanendo nella sua identità di maschio abbraccia la pienezza delle dimensioni dell’umano.
Prendo in prestito, essendo monaco, un importante indicazione di San Benedetto. Il Prologo della Regola di san Benedetto termina così: ‘non allontanandoci mai dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo per mezzo della pazienza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno. La parola chiave è naturalmente pazienza. È questa che ci associa ai patimenti di Cristo. E non solo ai patimenti, ma a tutta l’umanità di Cristo, perché diventa un progetto di vita. Con la pazienza gli si sta vicino sulla croce, con la pazienza si viene associati al suo regno.
La pazienza si coniuga con la nostra identità di uomini consacrati, e questo certamente vale anche per i sacerdoti. Ma da capo potremmo chiederci: se un sacerdote umano è un sacerdote paziente, che ne sarà degli impazienti? Probabilmente un monaco impaziente è un ossimoro, almeno nell’ottica di Benedetto, ma un sacerdote impaziente non è forse umano anche lui? È qui che viene in gioco la categoria dello sforzo di rinnegamento di se stessi, per arrivare all’autentico sé. Qui umanità non può significare ‘essere ciò che siamo nella nostra spontaneità’, ma significa consapevole progetto di rinnegamento di noi stessi. E qui viene fuori il limite di quella prospettiva con la quale gli altri, o noi stessi, diciamo: alla fine la sua umanità viene fuori. E quando lo diciamo o lo dicono gli altri? Quando il prete si arrabbia, o si sconforta, o si innamora. Come se il prete che non si arrabbia, non si sconforta o non si innamora non fosse un prete umano.
La pazienza, allora, non è un dato psicologico-caratteriale, ma è la disponibilità a sopportare per amore. Una disponibilità che già ci fa iniziare il santo viaggio, e che noi chiediamo al Signore che diventi capacità di supportare. Anche nell’uni-dualità dell’essere umano è scritto questo mistero: la capacità di soffrire per l’altro per potere partecipare alla sua gioia è la cifra del rapporto più intimo di unione tra l’uomo e la donna.
Allora vivere l’umanità di sacerdote non significa sforzarsi di essere umani in base a un concetto predato psicologicamente o emotivamente o sociologicamente. Significa avere la libertà di essere se stessi per accogliere con libertà l’umanità degli altri.
Magari perché vediamo che essere in un certo modo ci sembra portare pochi frutti, mentre altri che sono in un altro modo hanno tanti frutti. Ma in realtà noi dovremmo interrogarci, con la serenità dei figli amati, su quale è la verità della mia umanità alla luce di Cristo vero Dio e vero uomo. I miei talenti sono le possibilità di umanità che sono realizzabili e sviluppabili dentro a me all’interno dell’infinita gamma di possibilità che sono racchiuse nella natura umana assunta dal Verbo di Dio. Ed è questo che mi renderà uomo nel modo in cui io solo posso esserlo. Mi libererà dalla schiavitù di sottostare al giudizio e alle impressioni altrui.
Cristo continuamente, nella sua vita terrena, ha promosso l’umanità di persone che erano riprovate e respinte. Ma anche questo, sappiamo che non dovremmo leggerlo con lenti ideologiche. Ad esempio, condannare il prete che predilige la liturgia o la preghiera su quello che ama il contatto con gli altri. Amo la liturgia? Amo la preghiera? Bene, allora considero la mia umanità alla luce di questi talenti per potermi donare veramente. Sento che mi costa di più stare con gli altri, ma ci sto per rinunciare a me stesso? Bene, è un altro sentiero di scoperta della mia umanità. O viceversa.
Allora contemplare il mistero cristologico, anche a livello di comunione presbiterale, mi porta a vedere con sguardo nuovo, pacificato, quelle dialettiche che a volte divengono dissidi e discordie tra chi ha una visione e chi ne ha un’altra, tra chi è considerato ‘umano’, e chi non lo è considerato perché ha un carattere e un approccio diverso. Questo serve a fare venire fuori la nostra autentica umanità e renderla un dono alla luce del mistero cristologico. Ciò non implica per forza una critica a modelli stereotipati di sacerdozio del passato. C’è chi dice: basta con i sacerdoti che escono dai seminari fatti con lo stampino, con la stessa mentalità, gli stessi atteggiamenti, gli stessi modi di fare, gli stessi linguaggi, e, perché no, la stessa untuosità e ipocrisia. Ecco che ritorna la tentazione del ‘come è umano Pietro’. Quasi l’antidoto a tutto questo dovrebbe essere un altro modello, che però finisce anche quello per essere uno stereotipo. Il prete che sorprende per atteggiamenti poco consoni a ciò che la gente si aspetterebbe, diventa quasi una ricerca, in alcuni casi addirittura un manierismo, un modo per colpire gli altri e rivendicare l’eccentricità del proprio essere sacerdoti.
O il sacerdote che mette sulla pubblica piazza le proprie debolezze. Bella operazione di umiltà e trasparenza, da apprezzare. Sicuramente ci risparmia un pezzo di Purgatorio. Ma non è detto che chi tace le proprie debolezze ai fedeli lo faccia per ipocrisia o per superbia. Può farlo per non scandalizzare, per non alimentare gossip ecclesiastico.
Essere uomini, ci insegna la Scrittura, significa essere a immagine e somiglianza di Dio. E cioè? La risposta di Genesi è che l’uomo è un essere uni-duale. È maschio e femmina e in quanto tale è a immagine e somiglianza di Dio. Certo, possiamo dire che Diventare come il seno di Abramo. Il sacerdote umano è il sacerdote che esercita la pazienza come condizione esistenziale e cristologica, con se stesso e con gli altri, per accogliere ogni manifestazione dell’umano che il Signore vorrà inviargli per ricondurlo a Lui, e proporlo non solo come vero uomo ma anche come vero Dio. Ciò significa, pastoralmente, ricondurre quella umanità, nelle sue ferite e nei suoi talenti, al progetto originario, a cui noi stessi per primi siamo chiamati a rifarci, soprattutto nei momenti di sconforto. Ripensare ai momenti della propria ricerca vocazionale, della propria adesione, non evidentemente solo per cogliervi l’eventuale mossa sbagliata all’origine dei miei problemi di oggi, ma più profondamente per capire come in quella ferita il Signore mio Redentore ha avuto pazienza e ha pazienza con me, e mi spinge, come mio Signore e Creatore, a risalire al suo progetto su di me, nel quale Egli crede e crederà fino in fondo.
p. Francesco De Feo, OSB egumeno del monastero esarchico di Grottaferrata



