V domenica di quaresima (Gv 11,1-45): Io sono la risurrezione e la vita

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«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?». Questa domanda, posta da Gesù, non appartiene soltanto a un momento del passato: attraversa il tempo e raggiunge oggi il cuore di ciascuno di noi. È una domanda che non si accontenta di una risposta superficiale, ma chiede un’adesione profonda, esistenziale, capace di trasformare lo sguardo con cui leggiamo la vita e la morte.

Il cammino penitenziale della Quaresima ci educa proprio a questo: a lasciarci convertire nello sguardo, a non fermarci alla nostra finitezza, ma ad aprirci alla promessa di una vita che non si esaurisce. In questa luce, anche la malattia e la morte di Lazzaro non sono l’ultima parola: diventano il luogo in cui si manifesta la gloria di Dio. Là dove l’uomo vede la fine, Dio rivela un nuovo inizio; là dove sembra regnare il male, si accende la luce dell’amore divino che tutto trasfigura.

Gesù Cristo viene a testimoniare questa verità con la sua stessa persona. Egli non offre semplicemente una consolazione, ma dona una vita nuova.

Tuttavia, questa potenza di vita attende una risposta: chiede di essere accolta nella fede. Credere significa fidarsi anche quando tutto sembra smentire la speranza; significa credere che Dio può chiamare alla vita anche ciò che appare definitivamente perduto, come Lazzaro, che è ormai nel sepolcro da quattro giorni.

In questo episodio evangelico si rivela la potenza inaudita di Dio, una potenza che, però, non si impone, non forza, non violenta la libertà umana. Essa può restare come disarmata davanti a un cuore chiuso. Non può esserci risurrezione senza apertura; non può esserci vita nuova se l’uomo rimane prigioniero delle proprie resistenze interiori.

Gesù comanda di togliere la pietra. Quel gesto non riguarda soltanto il sepolcro di Lazzaro, ma i sepolcri interiori che ciascuno di noi custodisce: paure, peccati, ferite, cattive abitudini che ci tengono legati al male. Spesso siamo noi stessi a costruire queste tombe, scavandole con le nostre scelte e allontanandoci da Dio. Il peccato ci rinchiude, ci isola, ci fa vagare nelle tenebre, generando sconforto, amarezza, rassegnazione e angoscia. Ma Cristo interviene: fa rimuovere la pietra, fa sciogliere le bende che ci imprigionano e restituisce quella libertà che sembrava del tutto perduta. Ci restituisce quel coraggio di camminare nella luce, a testa alta, non nei sotterfugi o nell’oscurità.

L’aria pesante del sepolcro lascia così spazio a un respiro nuovo; il fetore della morte si dissolve davanti al soffio della vita. È il passaggio dalla chiusura alla comunione, dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce. Cristo è davvero la luce del mondo: una luce che non abbaglia, ma guida; non impone, ma accompagna; non umilia, ma rialza. Egli conduce l’uomo verso il Padre, introducendolo nella pienezza della vita.

Ciò che rende possibile questo cammino è, però, soltanto la fede: una fiducia viva che apre il cuore all’azione di Dio. Solo Dio, infatti, è sorgente di vita, Colui che la rinnova e la fa traboccare oltre ogni limite umano.

La Quaresima diventa, allora, un tempo decisivo di scelta: rimanere chiusi nei propri sepolcri o lasciarsi raggiungere dalla novità di Cristo. È un tempo in cui siamo chiamati a permettere a Dio di entrare nelle nostre oscurità per illuminarle.

In questo cammino, ci colpisce profondamente la compassione di Gesù. Il suo pianto davanti alla tomba di Lazzaro rivela il cuore di Dio: un cuore che non resta indifferente al dolore umano, ma lo assume, lo attraversa, lo redime. È l’amore di un Dio che si commuove, che si coinvolge, che si china sull’uomo per rialzarlo.

Eppure, accanto a questo amore, si insinua sempre la tentazione del giudizio. Il disprezzo e la condanna dell’altro chiudono il cuore e rendono incapaci di accogliere la grazia. La potenza dell’amore di Dio rischia così di essere fraintesa, trasformata in pretesa o ridotta a misura umana. Per questo la fede autentica non può esistere senza umiltà: il cuore deve restare povero, mendicante, semplice e puro, aperto a ricevere tutto come dono.

La Quaresima ci insegna a vivere sempre più come “pellegrini di speranza”, uomini e donne in cammino verso una promessa che supera ogni morte. In Cristo, la nostra umanità è introdotta nella relazione eterna tra il Padre e il Figlio: questo è il vertice dell’amore divino, aver reso l’uomo partecipe della comunione trinitaria.

La risurrezione di Lazzaro diventa così un segno potente: testimonia che l’amore di Dio è un amore che chiama alla vita, che desidera la conversione del peccatore, che non si rassegna alla morte. Dio non vuole che l’uomo resti nel suo sepolcro, ma che esca, che viva, che cammini nella pienezza della Sua luce.

fra’ Andrea Vinci

Link al testo evangelico e alle letture domenicali

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