Anche noi possiamo essere presi dal timore che una considerazione più profonda della Parola di Gesù venga ad intaccare la nostra religiosità superficiale o strettamente legata alle norme che danno sicurezza, chiarezza inequivocabile, che però tralasciano il buon senso e tradiscono la centralità della persona, congelando la nostra pratica della fede in una giustizia che nella sua parsimonia appare equa: tale era quella dei farisei e degli scribi. Ma le esigenze dell’amore e del vino nuovo del Vangelo chiedono una giustizia superiore, una nuova fedeltà, che parte dal cuore, dalle rette intenzioni, che sfocia nella misericordia.
Proseguendo, dunque, il lungo discorso della montagna, Gesù dà la giusta interpretazione dei principali comandamenti consegnati da Dio al popolo prescelto d’Israele.
Guardarsi dall’ira, che ferisce mortalmente anche in maniera subdola e fa perdere qualsiasi capacità di discernimento; preclude la strada al perdono e alla riconciliazione, verso i quali dobbiamo tendere prima che sia troppo tardi. Nelle relazioni, poi, non contano solo i gesti ma le intenzioni che li muovono e che li riducono spesso a puri strumenti per raggiungere un fine malizioso. Diventa importante allora rinunciare a ciò che nella nostra vita ci fa cadere (scandalo) piuttosto che dirigerci verso una condizione di sofferenza per tutta la nostra persona.
Non soltanto la menzogna o un giuramento falso sono un male, ma qualsiasi giuramento che da un lato sottrae da un contesto di fiducia, dall’altro esprime potere e superbia.
Fra Antonio Violante, ofm



