La soluzione al sovraccarico pastorale non è l’attivismo, ma la sosta e il discernimento. È questo il fulcro del discorso pronunciato da Papa Leone XIV il 18 settembre 2026 nella Basilica di San Giovanni in Laterano, in occasione dell’apertura dell’anno pastorale della Diocesi di Roma.
Il Pontefice ha scelto di non consegnare un nuovo e rigido programma di iniziative, invitando invece la Chiesa diocesana a introdurre una vera e propria verifica pastorale strutturata attorno a una domanda fondamentale: “Perché facciamo quello che facciamo?”. Partendo dalla figura di Maria Maddalena nel mattino di Pasqua e dalle domande sul perché del pianto e sulla ricerca del Signore, il Papa ha esortato le comunità a ritrovare il centro evangelico, superando il rischio di disperdersi nella pura efficienza organizzativa.
Il cammino proposto da Leone XIV si sviluppa attraverso tre attenzioni fondamentali, strettamente connesse alla costante formazione del Popolo di Dio. Anzitutto, viene chiesto di incontrare Cristo e di farlo incontrare, verificando se le attività riescono realmente a mettere in contatto il Vangelo con la vita concreta delle persone. A ciò si affianca la necessità di generare comunità, curando l’essenziale per favorire relazioni autentiche, spazi di accoglienza e un reale coinvolgimento dei giovani. Infine, il Papa invita ad abitare e servire la città, considerando Roma non come un semplice sfondo indifferente, ma come il campo vivo della missione in cui condividere attese, domande e ferite.
Questo approccio non mira a uniformare le esperienze, ma a condividere uno stile comune in vista del Giubileo della Redenzione del 2033, offrendo al contempo una liberazione importante agli operatori pastorali e ai sacerdoti: la possibilità di fare meno e meglio. Il Pontefice ha infatti esortato a non portare le fatiche da soli, puntando con decisione sulla corresponsabilità dei laici e sulla fraternità effettiva all’interno dei presbiteri e delle prefetture.
Per dare concretezza a questo metodo, il Papa ha annunciato l’avvio dell’inchiesta diocesana sulla vita e le virtù di don Luigi Di Liegro, scomparso nel 1997. Don Luigi viene indicato come modello non tanto per le opere realizzate, quanto per la sua capacità di “vedere” e ascoltare la realtà prima di agire, ricordando che il discernimento autentico nasce sempre dalla domanda fondamentale su dove sia il Signore nelle pieghe della città.




