San Bruno di Segni e Madre Julienne du Rosaire: Il Corpo vero di Cristo donato nella Santa Messa è un Cuore che attende adorazione

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Il 16 e 17 ottobre, nella Diocesi di Velletri-Segni, si è celebrata la Festa dell’Esultanza, ricorrenza con cui la Chiesa locale fa memoria del ritorno di san Bruno dall’Abbazia di Montecassino a Segni, per rimanervi vescovo gli ultimi dodici anni della sua laboriosa e santa vita, dal 1111 al 1123. A questa celebrazione, di ritorno dal loro pellegrinaggio a Priverno e a Fossanova, dove morì San Tommaso d’Aquino, il più illustre santo dell’Ordine dei Predicatori, e dove si conserva la reliquia del suo capo venerabile, hanno preso parte due religiose venute dal Québec: Madre Marlaine Lancette o.p. Priora Generale delle Domenicane Missionarie Adoratrici, fondate dalla Serva di Dio Madre Julienne du Rosaire, e Suor Francine Bigaouette, o.p. Vice-Postulatrice della Causa di Beatificazione, attualmente pendente presso il Dicastero delle Cause dei Santi.

Le due religiose hanno visitato la Cattedrale, hanno partecipato alla processione delle reliquie del nostro Santo Dottore presso la Parrocchia di San Bruno in Colleferro, il cui parroco, il canonico Augusto Fagnani ha voluto sottolineare la significativa presenza delle due religiose, con cordiali parole di benvenuto, soprattutto perché testimonianza viva della vita religiosa consacrata, una ricchezza per la Chiesa, che spesso rischiamo di dimenticare, e hanno pregato là dove san Bruno è sepolto. Così due realtà distanti otto secoli e separate dall’Oceano Atlantico hanno riscoperto il legame che le unisce: l’amore senza condizioni per Gesù-Eucarestia e lo zelo nel difendere la verità della Presenza reale del Signore nell’Ostia consacrata.

Perché in ogni secolo si trovano spiriti che cercano un pretesto elegante per non piegare il ginocchio davanti a questo Corpo. A chi dice: è solo un simbolo, non turbiamo la ragione, fa eco chi risponde: è solo una cena, non perdiamo tempo ad adorare. Per l’uno e per l’altro, il pane nella Santa Messa rimane pane, e l’uomo, tragicamente, rimane solo.

Che cosa sia l’Eucarestia celebrata da sempre dalla Chiesa, se sia solo un ricordo fraterno o se sia veramente il Sacrificio della Croce, anticipato nell’Ultima Cena e ripresentato sull’Altare, che ridona agli uomini il vero Corpo del Signore, è e rimane attraverso i secoli il criterio che distingue la fede cattolica dall’eresia.

Nell’anno 1079, la negazione aveva il volto dotto e raffinato di Berengario di Tours, maestro brillante formatosi a Chartres, il quale non diceva affatto che l’Eucarestia fosse nulla, ma ne riduceva la celebrazione a un segno, a un pane che, rimanendo ciò che è, prenderebbe la forza di figura efficace di una presenza spirituale e intellettuale. Era il suo tentativo sistematico di svuotare il mistero pur conservandone il nome, il germe di quel razionalismo eucaristico che doveva tornare in ogni secolo, fino ad alcuni manuali dei nostri giorni dove si legge che la transustanziazione sarebbe una categoria medievale ormai sorpassata e che la vera presenza reale del Signore risiederebbe nella comunità che celebra, e non sotto le specie sacre.

Busto di san Bruno di Segni

Contro questa prima eresia, san Gregorio VII convoca il Sinodo Romano e chiama a rispondere a Berengario un giovane di appena trent’anni, Bruno di Solero, e questi non oppone un’opinione a un’opinione, non gioca a chi sarà il più dialettico, presenta la Tradizione.

La sua apologia è di una semplicità cattolica che rimane invincibile. Dice: noi crediamo così perché così ci è stato trasmesso. Tale è la fede ricevuta dagli Apostoli, custodita dai Padri, pregata dalla Chiesa senza interruzione. Se fosse come dice Berengario, allora la Chiesa si sarebbe ingannata sempre, ed ovunque.

E per sostenere la verità, Bruno ha ben in mente i Padri: Sant’Ambrogio, che nel De Mysteriis scrive che prima della benedizione è pane, e che dopo la benedizione diventa Carne; Sant’Agostino, che Berengario pretendeva di arruolare per sé, e mostra che quando il Vescovo di Ippona dice signum, non nega affatto la realtà, ma la insegna: il sacramento è segno precisamente perché contiene ciò che significa. Mostra che i martiri si sono lasciati uccidere per non consegnare i Libri e per non calpestare l’Eucarestia, che le lampade sono sempre rimaste accese davanti alla riserva eucaristica, e che questa fu da sempre portata ai malati come viatico per la vita eterna, affinché l’anima, portata sulle spalle del Buon Pastore, attraversasse l’ora della prova suprema anticipando nel sacramento l’incontro con Dio, che l’incenso, le prostrazioni e il culto non hanno mai avuto per oggetto del pane.

È per difendere questa fede antica che il Sinodo Romano del 1079 conia la parola: substantialiter converti, convertiti nella sostanza e non è affatto un’invenzione scolastica, ma è termine tecnico che la necessità impone per dire ciò che è sempre stato creduto. Quella stessa parola, che Trento fisserà per sempre sotto il nome di transustanziazione, non aggiungeva nulla ai Vangeli e alle parole dell’Ultima Cena, li difendeva.

E Berengario ritratta e si ritira, pentito e riconciliato, nell’isolotto di Saint-Côme sulla Loira, presso Tours (Città peraltro legata a san Bruno tramite san Perpetuo), dove muore vecchio, per un gioco della Provvidenza, il 6 gennaio 1088, festa dell’Epifania, giorno dell’adorazione dei Santi Magi, che seppero vedere nel mistero, al di là della carne di un Bambino, il Re dell’universo avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia, Dio stesso Creatore dell’universo, il Redentore nato per morire in espiazione dei nostri peccati, e offrirgli l’oro, l’incenso e la mirra. Eppure l’ombra di Berengario è rimasta e riappare nelle pieghe della storia ogni volta che si afferma che l’Eucarestia è vera solo se produce la fraternità, che la presenza eucaristica risiederebbe nella presenza reale della comunità che celebra la Pasqua.

Bruno lo sapeva, ed è per questo che la sua difesa non si esaurisce nei suoi trattati. Eletto e consacrato vescovo di Segni nel 1080 da Gregorio VII stesso, sarà consigliere di quattro Pontefici, esegeta ispirato dei Salmi, del Pentateuco, del Cantico dei Cantici, mostrando che la Scrittura e l’Eucarestia non si oppongono ma si compiono, e che tutta la Scrittura cammina verso la celebrazione della Santa Messa. Nel suo trattato De Sacramento Corporis et Sanguinis Domini, afferma che questo pane è verum Corpus, vera Caro, verus Sanguis, non perché lo deduca, ma perché così gli è stato trasmesso. E che chi difende il Corpo di Cristo sull’altare non può non difendere il Corpo di Cristo che è la Chiesa, a qualunque prezzo e senza compromessi. È per questo che, piuttosto che sottoscrivere il compromesso con cui Pasquale II, sotto la pressione di Enrico V, consegnava la Chiesa al potere laico, atto che la storia ricorda come Privilegium Sutrinum, ma che egli chiama pravilegium, non esita a rinunciare alle posizioni di potere raggiunte nella Curia Pontificia. Nel 1111 dicevamo ritorna a Segni ove la sua Cattedra lo attendeva e i Canonici non avevano mai ceduto alla proposta di eleggere al suo posto un nuovo Vescovo. Muore nella sua cattedrale il 18 luglio 1123, e là è sepolto. La festa dell’Esultanza, è il giubilo di una città che ha visto il suo pastore tornare al suo gregge con l’ onore di aver difeso fino alla morte il Corpo del Signore: Corpo fisico nell’Eucarestia e Corpo mistico: la Chiesa.

Otto secoli più tardi, la negazione non sembra più venire solo dall’università, ma insinuarsi nel sentimento comune con l’affermazione che l’Eucarestia non avrebbe più bisogno di essere adorata. Si celebra molto, si adora poco, come se l’adorazione togliesse tempo alla carità. È ancora l’ombra di Berengario sotto un abito pastorale. Così il Buon Dio risponde con una donna nata il 23 maggio 1911 a Québec, Julienne Dallaire. Fin dalla sua prima Comunione percepisce con certezza che Gesù è là e a dodici anni, inginocchiata davanti al Santissimo Sacramento, meditando la Samaritana al pozzo, si scires donum Dei, capisce che il dono di Dio è Gesù nell’Eucarestia e che la sua vita sarà cercare con Lui adoratori del Padre. Il Giovedì Santo del 1942, mentre il mondo è in guerra, riceve la grazia che decide della sua vita: intravede l’amore immenso con cui Cristo si dona nell’Eucarestia. Non ne farà un trattato, ne farà una famiglia religiosa. Il 30 aprile 1945 fonda a Beauport le Domenicane Missionarie Adoratrici e impone alle sue figlie ciò che il secolo ha separato: l’adorazione perpetua e la missione fino alle estremità del mondo.

Madre Julienne du Rosaire

Julienne chiama questo Pane con un nome che è la più bella apologia della transustanziazione scritta nel ventesimo secolo: il Cuore eucaristico di Gesù. Se dite Cuore -insegnerà alle sue figlie- dite che è vivo, che ama, che soffre, che attende. Non si adora un simbolo, si adora solo un Cuore vivo e amante. Le sue suore si chiamano portatrici dell’amore eucaristico precisamente perché hanno capito che senza l’adorazione il soccorso al prossimo si riduce a filantropia, mentre la Carità è il riflesso dell’amore di Dio e in Dio verso il prossimo.

Tutta la dottrina di Madre Julienne, che ha reso credibile con la sua lunga vita esemplare, è raccolta in una frase che dovrebbe essere scritta all’ingresso di ogni seminario, di ogni casa religiosa e di ogni famiglia cristiana: La grazia battesimale è nutrita dalla grazia eucaristica che la continua, l’aumenta, la perfeziona e la fa fiorire. Il Battesimo ci mette tra le braccia di Cristo e l’Eucarestia ci getta nel suo Cuore.

Muore dopo un’ultima Messa, il 6 gennaio 1995, festa dell’Epifania, lo stesso giorno in cui morì Berengario, e lascia scritto: Intravedo la mia morte come un’ultima Messa che si eternizzerà in Amore e in gloria alla Trinità per il Cuore eucaristico di Gesù.

Nella nostra chiesa segnina, in questo Ottobre dunque, non ci fu solo una processione. Ci fu un incontro nella Tradizione vivente. Le buone suore che continuano l’opera e diffondono l’insegnamento di colei che ha detto che l’Eucarestia ci getta nel Cuore di Cristo, si sono inginocchiate davanti alle reliquie di colui che ha detto che questa Eucarestia è vera Caro perché così ci è stato trasmesso dagli Apostoli. La Priora Generale e la Vice-Postulatrice hanno rinsaldato un legame che non si riduce a una devozione privata, ma che si estende nei vasti e misteriosi disegni della Provvidenza in comunione di fede e di intenti. Contro il Berengario di ieri che diceva che è solo un simbolo e contro i Berengari di oggi che dicono che è solo una cena, il Vescovo e la Madre, il teologo della Tradizione e l’adoratrice del Cuore, ci rimettono ieri come oggi davanti all’unico gesto veramente ragionevole e veramente apostolico: inginocchiarsi e rimanere.

Don Ettore Capra, Canonico della Cattedrale di Segni, Postulatore della Causa di Madre Julienne du Rosaire.

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