Riflessioni: Gli uomini contemporanei e la solidarietà

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In un mondo in cui sembra prevalere sempre di più la violenza causata non solo dalle guerre, è davvero difficile anche solo cercare di comprendere che cosa sia e prima ancora comprendere che cosa significhi il termine solidarietà. Un termine che affonda le sue radici nel diritto romano, ma che ha acquisito il valore odierno con la rivoluzione francese, quando indicò il desiderio, anzi la necessità di rendere più giusta ed equilibrata la chiusa realtà francese per allargare il campo dei diritti di tutti e non più solo delle classi dominanti e privilegiate. Ma è anche vero che il principio di solidarietà è alla base dei Vangeli cui almeno chi si professa cristiano dovrebbe saper rispondere con convinzione e generosità. Certo la solidarietà cozza inevitabilmente con l’individualismo sfrenato che caratterizza il nostro tempo, per il quale l’altro diventa facilmente un ostacolo da evitare o addirittura un nemico da respingere. 

Ma, a parziale “scusante” del nostro tempo, è necessario ricordare che ogni giorno della storia e ogni tempo è stato caratterizzato dagli egoismi dei singoli e dalla bramosia di potere tipico di chi non vede altro scopo nella vita se non quello di comandare opprimendo gli altri, dimenticando ogni pur elementare principio di giustizia sociale. Ed è qui che chi si considera cristiano, cioè seguace della parola di Cristo dovrebbe sapersi distinguere dagli altri, perché diversamente nessuno può permettersi di parlare di fede e di appartenenza alla Chiesa. Perché chi si sente di appartenere alla Chiesa sa o dovrebbe sapere che non solo il principio fondamentale del cristianesimo è e non può non essere che quello di considerare l’umanità fondata sulla fratellanza totale per la quale nessuno a cuor leggero potrebbe accettare che nel mondo ci siano migliaia di persone che muoiono di fame, che ancora esistano discriminazioni etniche e di genere per cui troppi sono condannati all’analfabetismo o ancora a non potersi giovare delle cure mediche più elementari. E la responsabilità del cristiano diventa più grave, se si considera che il cristianesimo si fonda sull’amore. Ma che cos’è l’amore? È, secondo me, quel principio fondamentale del vivere sociale che non può accettare, anche adducendo la motivazione solo in parte vera, per la quale si è indotti a credere e a far credere che anche offrendo il proprio contributo per ciascuno di noi è ben difficile avere a cuore le sorti dell’umanità, della intera umanità e agire in modo concreto per tentare di partecipare agli eventuali miglioramenti. È un atteggiamento che nasce, appunto, da una falsa difesa di sé, ma anche da una scarsa “educazione” che induce molti  che  vivono basando le loro scelte su due atteggiamenti fondamentali che, secondo la filosofa statunitense Martha Nussbaum derivano da tutto ciò che nasce dalla paura della “contaminazione” con l’altro che viene umiliato e addirittura considerato “con disgusto “ per cui si superano i ranghi e gli ordinamenti, per poter toglier a chi è considerato “diverso” e perciò inutile e dannoso ogni possibilità di inserimento libero e democratico nella giusta ricerca di opportunità di vita, di libertà e persino di ricerca della felicità. Anche se, ahimè, è vero che l’affermazione sempre più ampia della tecnologia e dell’economia ha portato l’umanità a dimenticare o a trascurare il bisogno di educare ed essere educati alla “morale democratica”. Come, invece è evidente nei Vangeli, dove il Maestro ha insegnato e continua ad insegnare il perdono anche verso chi “ha commesso colpe nei nostri confronti” e a “guarire il lebbroso, o la suocera di Pietro o il paralitico”, certamente senza chiedere chi fossero o in chi credessero. Ma, forse fu proprio il convincimento che Gesù rappresentasse un serio pericolo per la sopravvivenza stessa di Israele che portò alla condanna di colui che aveva cercato di insegnare “democrazia umana” che altro non è se non quel semplice principio d’uguaglianza e cooperazione, che solo potrebbero mutare davvero le sorti del mondo. E, purtroppo, non è un caso che proprio la cosiddetta civiltà tecnologia abbia voluto oscurare, considerandole inutili allo sviluppo economico tutte quelle discipline che nei secoli avevano saputo insegnare che cosa fosse e sia l’empatia, che cosa siano le emozioni, che, insegnando a leggere la realtà, senza il paraocchi del solo profitto economico erano capaci di migliorare la qualità della vita del singolo e della umanità intera. Da ciò nasce la rabbia che caratterizza il nostro mondo convinto troppo spesso che solo la sia portatrice di giustizia, mentre essa inficia le relazioni intime, il lavoro, nonché l’ambito pubblico a cominciare da quello politico, che, forse come mai prima sta cercando anche con successo di inglobare in sé ogni forma di sociale. Mentre solo l’equità, la giustizia sociale e, quindi, la solidarietà sono capaci di portare il vero progresso, che, come ha affermato il professore svedese Johansson, con i suoi studi ha dato nuovo impulso agli studi sulla origine della parola, che egli vide nascere da bisogni ambientali e sociali, nella convinzione che la parola e il linguaggio si affermarono davvero quando il genere umano sentì forte il bisogno di cooperare e il primo mezzo per cooperare è parlare. Le parole sono infatti mezzo di conoscenza e di comprensione reciproca, il solo modo per conoscere la realtà, il solo modo per conoscere l’altro.

Sara Gilotta

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