L’indifferenza: La vera e più profonda miseria del nostro tempo

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Nel nostro tempo i mali, oltre che i limiti di ogni tipo, sono numerosi e nel complesso abbastanza gravi, anche se persino ad uno sguardo superficiale, le epoche che ci hanno precedute sono state altrettanto drammatiche ed altrettanto difficili. E, sebbene le pagine della storia, non possano restituire il vero volto del passato, a me sembra che i giorni che viviamo abbiano un limite in più e certamente assai grave: l’indifferenza, un male che avvolge l’intera umanità, chiudendola in un guscio di egoismi, paure e gelosie.

Certo si può affermare senza timore di sbagliare che gli uomini tutti senza eccezione fanno della difesa di sé e l’affermazione di sé il nodo centrale della propria vita senza esclusioni e senza eccezioni. Ed è persino naturale, perché, come scrisse Leopardi, è proprio l’amor sui, che ci permette di vivere o di sopravvivere anche in condizioni davvero difficili. Ma perché? Perché è la natura stessa che vuole, anzi comanda ad ognuno che conservare la propria vita è un diritto inalienabile, cui nessuno può e deve sottrarsi.

Ma da quel che giustamente è un diritto, troppo spesso e con troppa “facilità” finiamo per superarne i confini per assumere atteggiamenti e comportamenti che conducono innanzitutto all’esclusione dell’altro considerato un ostacolo alla nostra realizzazione per diventare poi completamente indifferenti nei confronti di tutto e tutti. Ma che cos’è l’indifferenza? E’ quel qualcosa che induce a vedere tutto quel che ci circonda di poca o di nessuna importanza, con la conseguenza inevitabile che si diventa freddi e negligenti di fronte a qualunque realtà che non ci riguardi direttamente.

Del resto, come ci insegna o dovrebbe insegnarci innanzitutto il Vangelo essa deriva dal non volersi far coinvolgere nella vita altrui, specialmente quando l’altro è in difficoltà o ha un problema. Non perché non ci se ne renda conto, ma perché abbiamo paura del coinvolgimento e soprattutto siamo convinti che non ci può derivare nulla di buono. E la parabola del buon samaritano chiarisce bene che cosa Gesù intenda per indifferenza, il male, cioè, che può essere vinto solo dalla compassione, quella, appunto, del buon samaritano. Perché tutti noi, nessuno escluso, ha bisogno di compassione, il sentimento che induce a soffrire con l’altro e a portargli aiuto. Ed è proprio su questo che si fonda il Vangelo, ma direi anche qualsiasi principio semplice di civiltà.

Ma nel nostro tempo la “naturale” indifferenza umana si fa strada per il semplice fatto che imputiamo alla società l’indifferenza ostile per chi è costretto alla fuga e a rischiare la morte per non morire, per chi ha fame e sete, per chi non ha lavoro. In tal modo si afferma l’abitudine al sopruso e alla violenza che mette a tacere la ragione oltre che la pietas. Anche perché oggi, nonostante si viva tutti in realtà, talora, fin troppo affollate, si è isolati. E l’isolamento è ben diverso dalla solitudine perché il primo causa effetti destrutturanti per cui l’individuo teme di essere alla mercè degli altri, che consideriamo ostacoli al nostro desiderio o meglio al nostro bisogno di emergere dal coro al quale spetta solo un ruolo, quello di applaudire per il nostro successo.

Naturalmente da tutto ciò deriva un forte senso di malessere che si afferma potente non appena si è o si crede di essere privati di “quel pubblico” che certo seppure a distanza dà la possibilità di dare un senso alla propria vita. E se fino a qualche tempo fa si riteneva che fossero i giovani ad essere colpiti da tale virus oggi bisogna ammettere tristemente che non esiste nessun individuo che si possa ritenere estraneo al virus della visibilità e quindi di un qualsivoglia successo. E’ questo, dunque, il virus che porta con sé il male dell’indifferenza. E se ci dà godimento un post che mostri che cosa abbiamo mangiato o comprato o il luogo dove siamo andati in vacanza, quale può essere l’interesse per l’altro?

Nessuno, se non altro per il fatto che diventa sufficiente la finzione per sentirsi soddisfatti, allora evidentemente il rapporto umano vero e concreto che ci impegna molto per formarlo cessa di interessarci davvero. Ma è proprio tale raggiunta “autosufficienza” che distrugge il carattere peculiare della civiltà umana, quello del rapporto vero e sincero con l’altro.

Tuttavia è vero che l’indifferenza è stato un male da sempre presente nel comportamento umano, tanto che numerose sono le opere letterarie in cui il dramma si consuma proprio a causa del male chiamato indifferenza. E mi piace far riferimento alla tragedia di Sofocle intitolata “Antigone”. Perché Antigone è la giovane donna che decide di non ubbidire agli ordini del re che impediscono di dare sepoltura a suo fratello, pur essendo consapevole della terribile punizione cui andrà incontro. Ma la paura della condanna e della morte non la fermano, perché non può rimanere indifferente di fronte ad un sopruso che offende le leggi terrene e degli dei.

Mi chiedo se oggi potremmo mai conoscere dalle cronache terribili che costituiscono la nefasta compagnia dei nostri giorni, un esempio di umanità, di rispetto e di amore che Sofocle ha reso immortale, travolti come siamo dal desiderio di compiacere gli altri soprattutto se potenti. Ma se è vero che la letteratura è non solo specchio dei tempi ma spesso è capace di anticiparli; si può far riferimento a due autori (Camus e Moravia) che nei loro romanzi hanno mostrato con mirabile efficacia e lucidità che cosa sia e che cosa significhi l’indifferenza, che ammanta il mondo e che svela i meccanismi perversi in cui l’umanità si perde.

Sara Gillotta

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