Di Pilato e della sua implicazione nel processo e nella condanna di Gesù parlano, in antichità, fra i tanti, oltre ai quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) ed altri vangeli apocrifi (ad esempio: quello di Pietro, quello di Gamaliele, le Memorie di Nicodemo), lo storico romano Tacito, lo storico ebreo Flavio Giuseppe, il filosofo ebreo Filone di Alessandria, l’apologista Tertulliano, ciascuno dando del personaggio una specifica interpretazione. Per i Vangeli canonici la figura è o negativa (un opportunista per Marco, un pusillanime per Matteo) o ambivalente (un onest’uomo pauroso per Luca), o interessante (un quasi filosofo per Giovanni); per gli apocrifi una persona gentile e deferente (Memorie di Nicomede), che prende polemicamente le distanze rispetto agli accusatori lavandosi le mani (Vangelo di Pietro) ed è spettatore della resurrezione (Vangelo di Gamaliele). Flavio Giuseppe, che lo giudica un abile politico, lo nomina perché condannò alla croce quell’uomo saggio che era Gesù “se pure – dice – conviene chiamarlo uomo”, “dietro accusa dei capi del nostro popolo”, e Tacito lo cita solo per dire che Cristo era stato condannato dal “procuratore” (che in realtà invece era soltanto prefetto) Pilato. Filone di Alessandria lo giudica arrogante e crudele. Tertulliano lo esalta come un cristiano in coscienza.
Pilato – che non aveva informato Tiberio della crocifissione di Gesù – redasse qualche anno dopo una relazione che l’imperatore trasmise al Senato col suo parere favorevole. Il Senato non la approvò, ragion per cui il Cristianesimo fu sin da allora “religio illicita”, ma Tiberio rimase del suo parere minacciando gli eventuali accusatori. Lo sappiamo da Tertulliano il quale, anche se scrive quasi due secoli dopo, non poteva inventarsi una cosa che chiunque avrebbe potuto verificare se vera o falsa consultando gli archivi statali. [1] Nella sua relazione – come riporta Tertulliano – Pilato riferisce tutto quello (“ea omnia” [2]) che era riuscito a raccogliere sulla vita, la morte e la “resurrezione” di Gesù. Pilato fu poi rispedito a Roma dal legato di Tiberio, Vitellio, nell’anno 37 perché contro di lui c’era stata una pungente lagnanza dei Samaritani. Era successo che un presunto profeta samaritano aveva proclamato di aver trovato sul monte Garizim (la loro montagna sacra) i vasi del primo tempio, la qual cosa provocò reazioni fra gli Ebrei ortodossi, e Pilato intervenne duramente facendo disperdere i dimostranti e giustiziarne i capi. Secondo Flavio Giuseppe Pilato fu ricevuto da Tiberio (che morirà di lì a poco) a Capri e gli raccontò a voce ciò che aveva già messo per iscritto nella sua relazione, impressionando molto l’imperatore sulla figura di Gesù e la diffusione della sua dottrina. Lo stesso Vitellio, a sua volta, destituì Caifa indirettamente mostrando comprensione amichevole verso i Cristiani.
Pilato, che pure aveva buoni rapporti con Tiberio [3], che gli aveva dato l’opportunità di fare carriera inviandolo in Giudea come prefetto (lo sappiamo con certezza dall’epigrafe di Cesarea Marittima) [4] – carica che era subordinata al governatore della Siria – non poteva correre il rischio di essere accusato dai malevoli del Sinedrio di crimen maiestatis (delitto punito dalla lex Iulia con la pena capitale, e Tiberio su questo non transigeva) se proteggeva uno che si proclamava re dei Giudei, e quindi il processo “religioso” svoltosi nel Sinedrio si trasformò in “politico” dinanzi al rappresentante di Roma. Era da tempo che Farisei e Sinedristi erano in rottura con il prefetto: questi aveva introdotto a Gerusalemme una guarnigione con il busto dell’imperatore sulle insegne, il che contravveniva alle norme giudaiche anti-iconiche, e allora Pilato fece trasferire le insegne e la guarnigione a Cesarea; poi il prefetto fece costruire un acquedotto per Gerusalemme finanziato con denaro del tesoro sacro: queste volte le proteste si chiusero con bastonate, feriti e morti fra gli insorti; infine il prefetto aveva fatto appendere nella reggia di Erode degli scudi d’oro senza immagini ma con i nomi del dedicante (Pilato) e del dedicatario (Tiberio): le proteste arrivarono fino a Roma [5] e Tiberio – per amore di pace – ordinò a Pilato di appendere gli scudi nel tempio di Augusto a Cesarea. Questa volta con la cattura e il processo a questo bestemmiatore, falso profeta e disturbatore della quiete pubblica i Farisei e i Sinedristi sperarono – ed ottennero – di costringere Pilato a sottomettersi al loro volere. A Roma si era installato un clima cupo: Tiberio aveva ripreso in mano il potere facendo sopprimere il già onnipotente prefetto del pretorio e anti-ebraico Seiano. L’invio di un’ulteriore missione degli Ebrei a Roma poteva essere l’occasione di accuse vere, esagerate o presunte delle modalità spicce e a volte brutali con cui Pilato gestiva il potere.
Pilato condannò dunque Gesù a morte, ma compì due gesti molto significativi di dissenso: dapprima si lavò le mani dichiarando di non voler essere responsabile della morte di quell’innocente (e questo valeva per sé) e poi (e questo valeva per loro) fece redigere il Titulus con la scritta in tre lingue (ebraico, greco e latino): “Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων. Gesù il Nazoreo il re dei Giudei”. “Nazoreo”, ossia “il Santo – re dei Giudei”. Era come dire: avete voluto voi che venisse ucciso un falso re ma un vero santo. Essi protestarono ancora con la loro insopportabile pedanteria: “Non re dei Giudei, ma che diceva lui di esserlo”. Pilato, appoggiandosi anche sul principio dell’immodificabilità della sentenza, li cacciò via sbottando: “Quello che ho scritto, ho scritto”, ma non era stata una svista! Nella tradizione religiosa ebraica il Nazoreo era colui che dedicava la sua vita a Jahvè, che osservava periodi di astinenza detti “nazireato” (e Gesù aveva iniziato la sua missione proprio con i 40 giorni di digiuno): era, insomma, una persona consacrata. E lui era conosciuto come tale: quando la ciurma andò a catturarlo, Gesù chiede: “Chi cercate?”, e loro rispondono: “Gesù il Nazoreo”, e lui: “Sono io!” (Τίνα ζητεῖτε; ἀπεκρίθησαν αὐτῷ· Ἰησοῦν τὸν Ναζωραῖον. λέγει αὐτοῖς· Ἐγώ εἰμι – Giov., XVIII, 4-5).
Lo stesso Paolo di Tarso, “fariseo quanto alla legge”, era un nazoreo, come si ricava dagli Atti degli Apostoli, e in quanto tale si sentiva autorizzato a difendere la Legge di Mosè contro quegli eretici deviazionisti che erano i primi cristiani.
La tradizione successiva giunta fino a noi descriverà Pilato come un vile che si lava ipocritamente le mani facendo ricadere sugli altri l’uccisione di un innocente da lui stesso decretata, ma all’inizio non era così: tornando a Tertulliano, l’apologeta definisce Pilato “iam pro sua conscientia Christianus” (dentro di sé già Cristiano).
Dopo una raffica di domande (“Sei tu il re dei Giudei? Cosa hai fatto? Dunque tu sei re?”), alla risposta “enigmatica” di Gesù (“Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità”), Pilato chiede ancora (“Che cos’è la verità?”), e senza attendere la risposta, esce fuori dall’aula e annuncia ai Giudei: “Io non trovo in lui nessuna colpa” e propone lo scambio con Barabba. Questa famosa domanda “Τί ἐστιν ἀλήθεια; [6] Quid est veritas? Che cos’è la verità?” rimasta senza risposta ha suscitato nel corso di duemila anni infiniti altri interrogativi e infinite risposte. Per quanto riguarda più specificatamente Pilato, la sua domanda sbrigativa e dubitativa è stata interpretata come quella di un magistrato romano concreto e spiccio ma anche come quella di uno che si trova dinanzi a qualcosa di enorme e non risolvibile a parole e quindi da ricercare con calma. Sicuramente Pilato nel replicare all’imputato che aveva davanti “Che cos’è verità” ha guardato l’imputato fisso negli occhi e ne ha intravisto una profondità irraggiungibile e sconvolgente, che lo tormenterà per tutta la vita.
I Padri del secondo concilio della Chiesa universale, quello di Costantinopoli del 381, lo ritennero tanto storicamente importante da inserirlo nel Credo (“… sotto Ponzio Pilato”). Più tardi si andò raccontando di un processo voluto da Tiberio contro di lui con l’inevitabile epilogo di condanna a morte, ma prima della sua esecuzione una voce dal cielo lo proclamò beato perché durante la sua prefettura si erano avverate tutte le profezie dell’Antico Testamento. E alcune chiese ortodosse – in particolare quella etiopica – lo venera come martire insieme alla moglie Claudia Procula [7] (che aveva avuto un sogno premonitore e aveva avvertito il marito di tenersi lontano da quella vicenda) entrambi convertitisi al Cristianesimo.
Ciro Gravier

[1] False lettere di Pilato a Tiberio e di Tiberio a Pilato in latino e in greco e altri racconti e resoconti immaginari che vanno sotto il nome di “Ciclo di Pilato” furono redatti nel VII secolo e altri ancora addirittura in epoca rinascimentale. Per la loro datazione queste non possono essere confuse con il carteggio di cui parla Tertulliano, che scrive verso la fine del II secolo.
[2] “Ea omnia super Christo Pilatus, et ipse iam pro sua conscientia Christianus, Caesari tunc Tiberio nuntiavit” (Apologeticum, XXI, 24)
[3] Tra Pilato e Tiberio c’erano anche rapporti di “parentela” se è vero che Procula, moglie di Pilato, era la figlia di un’amante di Tiberio.
[4] La prefettura era una carica fondamentalmente militare. Il compito principale del prefetto era quello di mantenere l’ordine. Per questo aveva a disposizione cinque coorti di fanteria e un reggimento di cavalleria. In caso di necessità, poteva chiedere aiuto al governatore che disponeva di un numero adeguato di legioni. Altri compiti del prefetto erano l’amministrazione della giustizia e la riscossione delle tasse.
[5] Si ritiene che i Giudei ritennero offensiva la dedica “Tiberius Caesar Divi Augusti Filius Augustus” in cui veniva dichiarata la divinità di Augusto.
[6] Dato per scontato che l’Uomo Gesù non conosceva né il greco né il latino, ma l’ebraico e preferiva esprimersi in aramaico, mentre Pilato certamente parlava il latino, molto probabilmente conosceva il greco e di sicuro non conosceva né parlava l’ebraico-aramaico, dobbiamo concludere che l’interrogatorio si svolse con l’aiuto di un interprete, ed è da ritenersi a porte chiuse. Giovanni riporta comunque il dialogo fra l’inquisitore e l’inquisito nel suo Vangelo scritto in greco tra una sessantina e una settantina di anni dopo i fatti (appresi verosimilmente dall’interprete). Filologicamente faccio osservare che il passo del Vangelo di Giovanni a questo punto manca dell’articolo, il che rende la domanda di Pilato – che è da ritenere espressa in latino (lingua che non aveva l’articolo) ma riportata in greco – non “Che cos’è LA Verità?”, ma “Che cosa è Verità?”, vale a dire “Che si può intendere come Verità?”. Gesù invece aveva parlato della Verità con l’articolo: in altre parole, LA VERITÀ, quella unica e assoluta. In latino “Quid est veritas?” può significare sia “Che cosa è la verità?” che “Che cosa è verità?”: ma se Giovanni riportandola in greco non usa l’articolo, vuol dire che sia lui sia lo stesso interprete abbiano inteso l’espressione come sopra specificato, desumendolo (l’interprete) dal tono della voce, dagli sguardi e forse dalla gestualità di Pilato.
[7] La Chiesa greco-ortodossa la celebra il 27 ottobre, mentre quella etiopica la ricorda il 25 giugno.



