Cammino sinodale (Velletri-Segni): Sintesi diocesana del primo anno di cammino sinodale

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INTRODUZIONE

«La chiesa di Dio è convocata in Sinodo» (DP1).

Dopo l’apertura ufficiale del Sinodo, celebrata in San Pietro il 10 ottobre 2021 dal Papa, la Chiesa di Velletri-Segni ha dato avvio al Cammino sinodale in diocesi, come richiesto dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi. Il 17 ottobre in cattedrale, il Vescovo, quale «principio di unità nella sua Chiesa» (LG 23), ha presieduto una celebrazione solenne, aprendo in modo ufficiale la fase diocesana del Sinodo.

Per avviare celermente la consultazione del Popolo di Dio, il Vescovo ha anzitutto nominato i due referenti diocesani, come indicato dal Vademecum e richiesto dalla Conferenza Episcopale Italiana: Marta D’Emilio e Nicolino Tartaglione. Ha poi costituito una Commissione diocesana per il sinodo, che fosse rappresentativa di tutta la diocesi: oltre ai due delegati, compongono il gruppo suor Debora Aglietti, Sophia Bevilacqua, Paola Cascioli, Costantino Coros e Adelaide Tosto, Stanislao Fioramonti, Simone Iuliano, don Christian Medos, Massimiliano Postorino, don Daniele Valenzi, don Dario Vitali.

Subito la Commissione si è attivata per tradurre nel contesto della nostra diocesi le indicazioni del Documento preparatorio e del Vademecum, accompagnate dalle circolari della Conferenza Episcopale Italiana, che fissavano la chiusura della consultazione alla fine di aprile 2022.

Organizzare il percorso sinodale in tempi così ristretti non è stato semplice: gli incontri in Commissione sono stati il primo momento di sperimentazione di uno stile sinodale di Chiesa, che ha subito rivelato la bellezza, ma anche la fatica del camminare insieme, componendo in unità esperienze e visioni diverse di Chiesa.

In vista di un coinvolgimento di tutti nel processo sinodale, la Commissione ha suggerito di convocare un’assemblea in ogni parrocchia, per informare i partecipanti sul senso e la finalità del Cammino sinodale, ma anche per vivere una prima esperienza di ascolto nelle comunità parrocchiali della diocesi, dove si richiedeva che tutte le realtà ecclesiali confluissero. I membri della Commissione si sono resi disponibili a coordinare queste assemblee, contattando i parroci, per accompagnare la prima esperienza di ascolto sinodale e per individuare facilitatori dell’ascolto. Dopo questo momento iniziale, ad ogni comunità era richiesto di avviare la fase di ascolto sul territorio, per coinvolgere nella consultazione quante più persone possibile. Dalle relazioni inviate emerge una varietà di iniziative, da parte sia delle parrocchie che delle associazioni e dei singoli, prevalentemente rivolte a quanti già frequentano la Chiesa.

INTERROGATIVO DI FONDO

Il Documento preparatorio alla XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo proponeva per la consultazione del Popolo di Dio un interrogativo di fondo, a cui le Chiese particolari erano chiamate a rispondere: «Come si realizza oggi, a diversi livelli (da quello locale a quello universale) quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è stata affidata; e quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?» (DP 2). Per rispondere a questo interrogativo, il Documento invitava ogni Chiesa a rileggere in profondità le esperienze più significative del proprio cammino, per cogliere i frutti da condividere, ma anche per ascoltare i passi che lo Spirito la invita a compiere.

La Commissione ha avuto sempre molto chiaro che il Cammino sinodale non consiste nel rispondere a un questionario, ma nel crescere come Chiesa in una mentalità e in uno stile sinodale. Per questo ha assunto come orizzonte delle proprie scelte l’indicazione del Vescovo, il quale, riprendendo una citazione di san Giovanni Crisostomo – «Chiesa e Sinodo sono sinonimi» – ha chiesto di vivere il Cammino sinodale in modo che «Sinodo e Chiesa siano sempre più sinonimi». Per questo ha deciso di adattare al contesto diocesano la complessità dei nuclei tematici proposti nel Documento preparatorio (essere compagni di viaggio, ascoltare, prendere parola, celebrare, essere corresponsabili nella missione, dialogare nella Chiesa e nella società, dialogare con le altre confessioni cristiane, integrare autorità e partecipazione, discernere e decidere, formarsi alla sinodalità), in modo da far emergere il vissuto della nostra Chiesa particolare.

Per favorire il racconto delle esperienze, a tutte le realtà diocesane sono state proposte tre domande:

  1. Nella tua esperienza di vita che contatti hai avuto con la Chiesa? Ti sei sentito accolto e aiutato oppure no?
  2. Oggi, rispetto alla Chiesa, dove ti collochi?
  3. Quali passi alla luce della tua esperienza la Chiesa dovrebbe compiere per camminare a fianco di ogni persona?

LA CONSULTAZIONE

Al termine della consultazione sono pervenute alla Commissione diocesana le seguenti relazioni: 16 dalle Parrocchie: Artena (S. Stefano Santa Croce), Colleferro (Santa Barbara, Immacolata, S. Gioacchino, S. Bruno), Landi – SS. Nome di Maria, Lariano, Montelanico, Segni, Valmontone (Collegiata, S. Sebastiano, Sant’Anna), Velletri (S. Clemente, S. Martino, S. Giovanni Battista, S. Maria del Carmine, Unità Pastorale di Santa Maria del Trivio-Santa Lucia-San Michele Arcangelo); 1 di sintesi dagli Uffici diocesani (Caritas, Pastorale Sociale e del lavoro, Ufficio missionario); 1 dal Centro di ascolto Caritas diocesano; 1 dal gruppo dei Diaconi permanenti diocesani; 2 da Associazioni: Scouts d’Europa di S. Clemente, Azione Cattolica di Santa Barbara; 1 da un Gruppo occasionale: Gruppo fidanzati; 3 da singoli, di cui 2 da professori di Religione.

Dalle relazioni è emerso:

  • che la forma preferita di consultazione è stata quella del questionario: anche se ci sono relazioni che parlano di gruppi sinodali di ascolto;
  • che i destinatari della consultazione sono stati in genere quanti già frequentano la Chiesa; l’incontro con ambienti extra-ecclesiali è dipeso da singoli o è stato realizzato con le modalità della consultazione on-line o con la distribuzione di schede da riempire;
  • che per i più la consultazione si è risolta nella sola assemblea proposta dalla Commissione diocesana.

La sintesi che segue è il resoconto delle relazioni. Il Vescovo l’ha consegnata a tutte le parrocchie della diocesi l’8 maggio, in una celebrazione di chiusura della fase diocesana del Sinodo. Con tale gesto il Vescovo ha inteso simbolicamente restituire alla Chiesa di Velletri-Segni il risultato della consultazione, perché sia oggetto di ulteriore riflessione per tutti, e stimolo a maturare in uno stile sinodale che si ponga in ascolto di ciò che lo Spirito dice alla nostra Chiesa attraverso un effettivo ascolto di tutti.

SINTESI DELLE RISPOSTE

In questa sintesi si presenta il frutto dell’ascolto rispetto alle tre domande presentate.

DOMANDA 1: Nella tua esperienza di vita che contatti hai avuto con la Chiesa? Ti sei sentito accolto e aiutato oppure no?

Dalle risposte emergono due modalità di rapporto con la Chiesa, dalle quali è possibile cogliere due profili distinti di persone che entrano in contatto con la parrocchia: coloro che si sentono parte integrante e viva della comunità, perché impegnati in qualche ministero (emergono soprattutto i catechisti e gli operatori Caritas), e coloro che hanno contatti non regolari, piuttosto occasionali, oppure legati a motivi di circostanza (in genere la catechesi dei figli).

I due gruppi, che sembrano avere due modelli diversi di Chiesa, rispondono in modo distinto, addirittura contrapposto:

  • per i primi la Chiesa è luogo accogliente, caldo, vivo, in cui è possibile sentirsi realizzati, essere utili agli altri, crescere nella vita cristiana attraverso l’ascolto del Vangelo e la partecipazione ai sacramenti. Non è possibile fissare l’età di quanti rispondono, ma non sembra molto presente la voce giovanile. Quando emerge, risulta piuttosto critica nei confronti di una Chiesa che, per quanto accogliente, non sembra al passo con i tempi;
  • per molti, anche di quanti frequentano le comunità, la Chiesa è luogo chiuso, fuori dal tempo, ostile alle conquiste della modernità, in particolare sulle questioni relative alla sessualità e alla famiglia, con chiusura immotivata verso le persone divorziate e riaccompagnate. Soprattutto, lamentano un atteggiamento di chiusura; le comunità sono spesso percepite come luoghi di giudizio, esclusivi ed escludenti, chiuse in schemi ormai superati, che si reggono sulla ripetizione di pratiche che vanno perdendo ogni attrattiva.

Per tutti la Chiesa è identificata con la parrocchia e con il “prete”, visto come necessario dai primi per la guida della comunità, percepito come figura superata e non all’altezza delle questioni emergenti della modernità dai secondi, custode di una visione della vita ormai fuori dal tempo, spiegata con termini ormai incomprensibili e concetti inadeguati.

Naturalmente, anche sulla domanda circa l’accoglienza ricevuta – «Ti sei sentito accolto e aiutato oppure no?» – le risposte si differenziano: al luogo accogliente e attento ai bisogni di tutti e di ciascuno di chi partecipa attivamente alla vita parrocchiale, si contrappone il giudizio di chi ritiene le parrocchie un luogo non aperto e non accogliente.

La valutazione si incontra su alcuni temi:

  • la famiglia è indicata come il luogo che costituisce il cardine delle comunità cristiane, il luogo dove si forma in positivo o in negativo il primo rapporto con la Chiesa. Molti chiedono di prendersi cura delle famiglie – anche quelle che vivono nelle situazioni cosiddette “irregolari” – utilizzando l’occasione dei sacramenti per un’accoglienza più attenta di tutte le fasi di vita – infanzia, giovinezza, età adulta, vecchiaia – accompagnando la vita delle persone dalla nascita alla morte;
  • l’ambito sociale, con una forte urgenza per la cura dei poveri, l’apertura agli ultimi, l’impegno per una società più giusta. In più di qualche relazione risuona l’idea di una «Chiesa in uscita» come indizio di una qualche recezione della proposta ecclesiologica di Papa Francesco;
  • i ministri ordinati, in particolare i sacerdoti, costituiscono, nel bene e nel male, le figure su cui maggiormente si concentra l’attenzione, da quelli che sono apprezzati per la loro capacità di ascolto e di guida della comunità a quelli che sono fortemente criticati per la chiusura e la distanza dalla gente e che esercitano il loro ministero in modo burocratico, funzionale, anonimo.

In genere le relazioni restituiscono il profilo di comunità poco vive, fortemente ancorate a un cristianesimo tradizionale, espressione di una fede “non al passo con i tempi”. Sulla base di tale giudizio, la stragrande maggioranza delle persone che incontra la Chiesa finisce per allontanarsi, non sentendola come luogo accogliente, in grado di attrarre e indurre un vero senso di appartenenza. La riprova di questa lettura della realtà è data dalla ripetizione insistente di tanti luoghi comuni proposti dai mezzi di comunicazione, in particolare la questione dell’identità di genere, ritenuta così certa e assodata da spingere molti ad un giudizio severo sulla Chiesa, liquidata come “antica”, chiusa, incapace di accoglienza.

La prevalenza di questa lettura negativa è dovuta probabilmente alla modalità scelta per attuare la consultazione, che ha privilegiato la forma del sondaggio, e non quella del discernimento comunitario, attraverso un ascolto prolungato, che avrebbe portato a superare un atteggiamento di critica fin troppo facile e scoprire, dentro la storia delle comunità, i “segni dei tempi” e i semi di speranza che sostengono il loro cammino.

DOMANDA 2: Oggi, rispetto alla Chiesa, dove ti collochi?

Anche rispetto a questa seconda domanda, emergono due gruppi nettamente distinti: coloro che si sentono «dentro» la Chiesa, «parte» della comunità; coloro che, invece, si sentono «sulla soglia», più pronti ad uscire che ad entrare. Gli uni, soprattutto se impegnati attivamente in parrocchia, affermano senza esitazione di appartenere alla Chiesa e di impegnarsi perché sono stati accolti, gli altri sottolineano al contrario la mancata accoglienza, con comunità chiuse in se stesse, incapaci di ascolto e facili al giudizio.

Chi vive una frequenza saltuaria dichiara di aver ricevuto buona accoglienza, ma di non essersi sentito accompagnato e sostenuto nel cammino; di aver conosciuto una vicinanza significativa nelle situazioni dolorose o problematiche, senza tuttavia che si trasformasse in reale accompagnamento. Il giudizio più ricorrente (anche perché molti destinatari della consultazione sono genitori di ragazzi che frequentano la catechesi) è che l’accoglienza nelle parrocchie si concentra nel momento della “sacramentalizzazione”, ma non si trasforma in proposta di un reale cammino per la persona e per la famiglia.

Da una attenta lettura del materiale raccolto emerge in modo chiaro come si avverta il bisogno di una comunione autentica, di un cammino condiviso e fraterno di Chiesa, dove l’autoreferenzialità lasci finalmente spazio ad una sincera e trasparente ricerca di relazione. Chi si sente lontano dalla comunità cristiana lamenta di trovarsi spesso di fronte a un muro invalicabile, un ambiente dove non esiste dialogo, confronto delle idee, possibilità di pensare e progettare insieme; dove si sia liberi di esprimersi e maturare una visione comune sulla realtà, ispirata al Vangelo. Le rare esperienze di dialogo e confronto che vengono menzionate ne sottolineano, al contrario, l’efficacia e la fecondità.

Lontananza o prossimità vengono anche espresse nel modo in cui si percepisce e si vive la liturgia. Nelle risposte di chi partecipa alla vita comunitaria la liturgia – fondamentalmente quella eucaristica – è indicata come il luogo privilegiato per la comunione con Dio e tra fratelli, qualora venga espressa con gesti semplici e chiari, capaci di manifestare la bellezza del mistero cristiano anche oltre un linguaggio troppo formale e perciò poco comprensibile. Anche qui emerge dai contributi una frattura tra quanti vivono la liturgia come un rifugio nostalgico di vestigia passate, e quanti la ritengono un’occasione per lasciar trasparire l’immagine di una Chiesa viva e bella. Il linguaggio della predicazione appare a molti lontano dalla vita, estraneo alla radicalità del Vangelo; non di rado si contrappone la distanza tra le parole e la vita (con forte sottolineatura degli scandali compiuti da uomini di Chiesa).

Un elemento che unisce i due gruppi è il rapporto spesso problematico con i ministri ordinati. Sorprende la poca attenzione che nelle relazioni emerge verso i diaconi, mentre è ricorrente il riferimento ai presbiteri presenti nelle parrocchie. In ambedue i casi il parroco è la figura che domina la scena, verso il quale si colgono disposizioni assai divaricate: da chi ne esalta la figura e il ministero, identificandolo con la Chiesa stessa che si fa presente tra le case degli uomini, a chi ne contesta non solo i modi di fare, quanto la stessa funzione, ormai fuori dal tempo. Questo vale anche – forse soprattutto – per quanti sono attivi nelle comunità cristiane, i quali sembrano sviluppare un doppio atteggiamento: di collaborazione con il parroco che si traduce in una esecuzione supina di comandi; di esercizio di un ruolo attivo nella comunità, svolto in spazi e forme di autonomia a volte affermati anche contro l’autorità del parroco.

Esiste comunque un laicato che esprime un forte impegno dentro la Chiesa, anche se appare disarticolato, con presenze sparse in associazioni e movimenti che hanno poco legame con la vita e il cammino della nostra Chiesa. Dalle relazioni, comunque, non appare una effettiva partecipazione dei gruppi, movimenti e associazioni a questa prima fase di ascolto. Le due relazioni provenienti dal mondo delle associazioni laicali si sono espresse in termini nettamente contrapposti: da una parte si riconosce alla Chiesa (in sostanza all’associazione) la capacità di generare alla fede e di educare e accompagnare, trasmettendo alle giovani generazioni i valori cristiani; dall’altra si rivendica uno spazio a propria completa disposizione, per costituirsi nella comunità come un gruppo a se stante, che compie un cammino autonomo rispetto a quello della Chiesa locale in cui si trova.

I giovani, sia quelli all’interno che quelli all’esterno delle comunità cristiane, alla domanda sul dove si collocano rispetto alla Chiesa di oggi, chiedono chiarezza e un dibattito aperto su questioni di morale, di fede e ragione. I giovani preferiscono, tuttavia, l’ascolto individuale a quello comunitario. Dalle relazioni ricevute, rispetto ai giovani da una parte si lamenta la distanza dalla Chiesa e il disinteresse alla proposta cristiana; dall’altra si sottolinea l’urgenza di tornare a dialogare con loro per aiutarli a cogliere la propria vocazione battesimale.

Dalle relazioni emerge pure che il tempo così prolungato della pandemia ha notevolmente contribuito alla dispersione delle comunità, all’allentamento delle relazioni anche per la difficoltà di comunicazione diretta tra presbiteri e operatori pastorali, tra operatori pastorali e i destinatari del loro servizio. Il caso più evidente è quello della catechesi, con la difficoltà di raggiungere i ragazzi e le loro famiglie con incontri proposti a distanza, con gli oratori costretti a sospendere le attività. La forzata sospensione delle celebrazioni ha indebolito anche la partecipazione alla vita sacramentale e liturgica, oltre che alle iniziative delle parrocchie, che non sembrano ancora uscire da una situazione di stallo. Nelle relazioni emerge però il tentativo di alcune comunità di superare le distanze con modalità nuove di essere vicini il più possibile a tutti, rinforzando soprattutto le relazioni al fine di arginare lo scollamento del tessuto ecclesiale.

DOMANDA 3: Quali passi alla luce della tua esperienza la Chiesa dovrebbe compiere per camminare a fianco di ogni persona?

Dalle risposte emerge con chiarezza che la Chiesa ha la missione di essere vicina ad ogni tipo di sofferenza, mostrando prossimità, vicinanza e comprensione. Questa visione è sostenuta sia da quanti si sentono parte integrante della comunità cristiana, sia da quanti vivono ai margini.

Le richieste convergono su due ambiti, verso i quali la Chiesa dovrebbe manifestare la sua cura:

  • la famiglia, con particolare attenzione alla formazione dei bambini, dei ragazzi, dei giovani e un accompagnamento ai genitori; in questo ambito, molti (non solo di quanti stanno ai margini) lamentano una scarsa attenzione alle situazioni cosiddette “irregolari” e una incapacità di includere le nuove situazioni familiari, aiutando i figli nella dolorosa esperienza della separazione dei genitori o della composizione di famiglie allargate; più di qualcuno chiede di superare le chiusure in tema di sessualità, soprattutto con l’accoglienza e il rispetto delle persone omosessuali, o con la concessione della comunione alle persone divorziate che abbiano formato un nuovo nucleo familiare;
  • la carità, come espressione della vicinanza della Chiesa ai poveri e agli esclusi. Le periferie del dolore e della sofferenza possono essere il luogo dell’incontro con Cristo, di cui la Chiesa è il volto. L’aiuto ai poveri emerge come uno dei segni più caratterizzanti della missione della Chiesa.

Dalle relazioni emerge un quadro singolarmente convergente anche sui passi che la Chiesa dovrebbe fare per essere più vicina alle persone:

  • essere una Chiesa che annuncia il Vangelo e lo rende più accessibile a tutti, anche adottando linguaggi più vicini alla mentalità dell’uomo contemporaneo, compresi quelli virtuali;
  • essere una «Chiesa in uscita», che ascolta, accompagna, accoglie, che avvicina e si fa vicina a tutti, sostenendo le persone soprattutto nelle situazioni di bisogno non solo materiale;
  • una Chiesa più partecipe, vicina al vissuto delle famiglie, dei giovani, degli anziani; in grado di esserci nei momenti di dolore e di prova e offrire il sostegno soprattutto della presenza;
  • essere una Chiesa aperta, comprensiva, che non si chiude al mondo e non lo condanna, ma lo assume in ciò che è buono; che rispetta tutti e dialoga con tutti, in una logica di fraternità: «La gioia e la speranza, il lutto e l’angoscia degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e dei sofferenti, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo, e non c’è nulla di veramente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1);
  • creare comunità vive, capaci di progetti inclusivi in ambito sia educativo, con attenzione ai bambini, agli adolescenti, ai giovani, che in ambito assistenziale, con attenzione agli anziani e alle fasce più deboli della società;
  • essere una Chiesa che si fa spazio aperto, perché sa aprirsi, ascoltare, andare verso;
  • una Chiesa che non concentra le funzioni e le capacità attive nelle mani di pochi (che siano operatori pastorali o sacerdoti) ma sa coinvolgere tanti e delegare, perché «donne e uomini, ragazze e ragazzi si sentano Chiesa».

Dentro questa Chiesa è possibile una scelta di partecipazione e corresponsabilità alla sua edificazione che diventi anzitutto un «camminare insieme» come fratelli; che assuma come stile l’accoglienza, l’ascolto della voce di tutti, nella consapevolezza che proprio l’ascolto e l’accoglienza dell’altro è nello stile della comunità che mette in pratica il Vangelo, manifestando una Chiesa che non giudica, che ama a prescindere.

Perché la Chiesa possa fare questi passi, è necessaria una formazione continua. La richiesta è formulata in positivo, come bisogno di maturare una conoscenza del mistero cristiano che abbia al centro la Parola di Dio; in negativo, come esigenza di superare una ignoranza di fondo della fede cristiana, riconosciuta onestamente anche da quanti vivono ai margini della Chiesa.

CONCLUSIONE

Le risposte alle tre domande formulate dalla Commissione hanno permesso di far emergere il reale cammino della Chiesa di Velletri-Segni. Non sono stati presi direttamente in considerazione i tre temi proposti dal Sinodo: comunione, partecipazione e missione. Questi emergono in filigrana, come elementi che appartengono alla natura della Chiesa e che si scoprono quando si rilegge la sua vita alla luce dello Spirito. Sui tre temi si può dire sinteticamente quanto segue:

  • Sulla comunione: si nota dalle relazioni una netta distinzione e divisione tra quelli che si sentono dentro la comunità cristiana e quelli che si situano sulla soglia o addirittura fuori. Appare necessario e urgente costruire una vera relazione tra le due posizioni, per superare una separazione che si traduce in estraneità. In questa prospettiva una comunità cristiana chiusa in se stessa rischia di essere autoreferenziale, impedendo a chi si trova all’esterno di essere incluso e di sentirsi parte del Popolo di Dio.
  • Sulla partecipazione: dalle risposte emerge che soltanto chi ha una funzione all’interno della comunità cristiana si sente in qualche modo partecipe (anche se non del tutto corresponsabile) della vita della comunità. Non c’è dunque una partecipazione alla vita della Chiesa come Popolo di Dio: il legame alla Chiesa è sentito solamente in termini individuali, mentre sembra mancare del tutto la consapevolezza che il soggetto attivo sia la Chiesa stessa come Popolo di Dio, il quale partecipa alla funzione profetica, sacerdotale e regale di Cristo. È per questa via che lo Spirito suscita carismi, ministeri, vocazioni per il rinnovamento della Chiesa.
  • Sulla missione: dalle relazioni non emerge chiaramente il tema della missione, trattato solo indirettamente quando si accenna a situazioni di fragilità che necessitano da parte della comunità cristiana uno slancio in uscita.

La Commissione, al momento di consegnare questa sintesi al Vescovo, esprime la convinzione che il cammino sinodale vissuto in questi mesi dalla nostra Chiesa di Velletri-Segni, pur con tutte le esitazioni e le fatiche, è stato una vera esperienza sinodale. Come Commissione che ha partecipato e animato il cammino sinodale, siamo anche convinti che l’esperienza vissuta vale addirittura più dei contenuti: questi contribuiranno al discernimento della Conferenza Episcopale Italiana sul Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia; ma l’esperienza vissuta contribuisce a formare una coscienza e uno stile di Chiesa. E noi siamo certi che, pur con tutte le fatiche e le paure, siamo cresciuti nella coscienza e nella capacità di «camminare insieme», di essere Chiesa sinodale.

Come dice il Documento preparatorio, è tutta la Chiesa ad essere «convocata in Sinodo» DP 1). Non solo i Vescovi, ma tutto il Popolo di Dio è stato coinvolto in questo processo sinodale; non solo tutti i battezzati, uomini e donne individualmente intesi, ma l’intero Popolo di Dio, che vive nelle Chiese sparse per il mondo. Per questo il processo sinodale inizia con la consultazione del Popolo di Dio nelle Chiese particolari: poiché il Popolo Santo di Dio partecipa alla funzione profetica di Cristo (cfr LG 12), ascoltarlo significa mettersi in ascolto della voce dello Spirito e di ciò che dice alla Chiesa. Questo abbiamo vissuto fino ad oggi; per questa via dobbiamo continuare.

La relazione che viene consegnata a tutte le parrocchie è per la Chiesa di Velletri-Segni un dono e un compito: dono che fissa la memoria di ciò che lo Spirito ha fatto in mezzo a noi, che si trasforma in appello a non disperdere quanto abbiamo ricevuto e ad impegnarci nel cammino che si apre davanti a noi. Camminando insieme, e insieme riflettendo sul percorso compiuto, siamo chiamati ad imparare da ciò che stiamo sperimentando come essere Chiesa sinodale; a capire quali processi possono aiutarci a vivere la comunione, a realizzare la partecipazione, ad aprirci alla missione. Il nostro “camminare insieme”, infatti, è ciò che più attua e manifesta la natura della Chiesa come Popolo di Dio in cammino verso il Regno. Che lo Spirito ci conceda di essere sempre più «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, Popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla Sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).

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