Ogni volta che un nuovo femminicidio irrompe nelle cronache, ci si interroga su cosa non abbia funzionato: una segnalazione arrivata tardi, un servizio che non ha dialogato con un altro, una donna che non è stata creduta o ascoltata nei tempi giusti. È una domanda legittima, ma rischia di far apparire come inedito, ogni volta, un problema che in realtà conosciamo bene, e per il quale, come Stati Generali delle Donne e come Alleanza delle Donne, abbiamo più volte indicato una direzione. Non dobbiamo inventare la strada: dobbiamo avere la determinazione di percorrerla fino in fondo, insieme, come comunità.
Una responsabilità comunitaria, non di singoli eroismi
Il contrasto alla violenza maschile contro le donne non si vince con l’intervento isolato, per quanto generoso e competente, di un singolo servizio o di una singola persona. Si vince, o si perde, sulla capacità di un intero territorio di funzionare come una comunità coesa: un centro antiviolenza, uno sportello di ascolto, i servizi sociali, le forze dell’ordine, la magistratura, la scuola, le realtà che lavorano con gli uomini autori di violenza — e, non ultime, le parrocchie, gli oratori, le associazioni di volontariato che ogni giorno intercettano fragilità e silenzi. Ciascuno nel proprio ruolo, nessuno a sostituirsi all’altro, tutti orientati alla stessa finalità di protezione e di cura. È l’idea che, rilanciando l’Alleanza delle Donne, abbiamo chiamato «Patto di Cura Collettiva»: una responsabilità che non si esaurisce nei confini amministrativi di un Comune o nel perimetro di un singolo servizio, ma chiama in causa associazioni, professioniste, amministratori, comunità cristiane e anche gli uomini che scelgono di starci, dentro un patto esplicito di corresponsabilità e di prossimità verso chi soffre.
Perché questa rete funzioni davvero, servono almeno tre condizioni, che non sono nuove per chi da anni lavora su questi temi, ma che vale la pena ribadire con chiarezza, anche a chi si accosta a questo tema a partire dalla propria esperienza di fede e di servizio.
La prima è la competenza specifica. Accompagnare chi vive la violenza richiede una preparazione che non si può improvvisare né prendere in prestito da altri ambiti: serve una formazione seria, che tenga insieme il sapere professionale e la conoscenza dei meccanismi con cui la violenza si manifesta, e una vera consapevolezza del proprio vissuto interiore. Chi accompagna una donna che non ha denunciato, o che è tornata da un compagno maltrattante, rischia altrimenti di scivolare in un atteggiamento giudicante — magari involontario — che produce nuova sofferenza invece di alleviarla. È quella che gli operatori chiamano vittimizzazione secondaria: un rischio che conosciamo bene, al punto da averne fatto il cuore di un progetto europeo dedicato proprio a smontare gli stereotipi che si annidano nel linguaggio giuridico, dalle sentenze alle aule dei tribunali. Anche il linguaggio dei servizi, e il nostro come comunità, non è mai neutro: nominare la violenza senza attenuarla né spettacolarizzarla, e restituire alla donna la sua interezza oltre la violenza subita, è già un atto di cura e, per chi crede, un modo concreto di farsi prossimo.
La seconda è una rete che rispetti ruoli e mandati. Non sovrapposizioni né deleghe improprie, ma riconoscimento reciproco: il servizio sociale non si sostituisce al centro antiviolenza nel lavoro specialistico con la donna, il centro antiviolenza riconosce la titolarità del servizio sociale nella tutela. Restano scoperti, in molte regioni italiane, i percorsi del «dopo emergenza», quando l’urgenza è passata ma il cammino di ricostruzione è appena cominciato: è qui che una comunità viva — parrocchie, gruppi di volontariato, reti informali di vicinato — può fare una differenza silenziosa ma reale. È un equilibrio che si costruisce con la formazione condivisa, con la conoscenza reciproca tra chi opera nei diversi ambiti, e che deve saper guardare anche oltre il perimetro dei servizi, fino alla rete informale che circonda le donne — parenti, vicini, colleghe di parrocchia — quando è lei stessa a desiderarlo, nei tempi che le appartengono.
La terza, spesso la più trascurata, riguarda i bambini e le bambine. Non sono un prolungamento dell’esperienza materna, ma persone a pieno titolo, con una propria dignità e un proprio diritto a essere ascoltate, distinto da quello della madre e, quando previsto, da quello del padre. Tenere insieme il cammino di sostegno alla donna e quello di responsabilizzazione dell’uomo, senza confonderli, è la condizione perché la protezione dei più piccoli non resti una parola scritta nei protocolli, ma diventi pratica quotidiana — anche nelle nostre comunità, spesso assorbite, comprensibilmente, dall’urgenza della madre.
Non un esercizio teorico, ma una chiamata a partecipare
Diciamo da tempo che nessun operatore, nessun servizio, nessuna singola realtà può affrontare da sola il contrasto alla violenza maschile contro le donne. Non è una constatazione rassegnata: è, al contrario, la ragione per cui continuiamo a costruire alleanze, a chiedere formazione condivisa, a proporre percorsi che mettano insieme ricerca, sensibilizzazione e presa in carico concreta delle persone. Anche le nostre comunità — parrocchiali e civili — sono chiamate a farne parte, non come spettatrici ma come soggetti attivi di cura e di ascolto. La strada, lo ripetiamo, l’abbiamo già disegnata più volte: ora tocca alle istituzioni, ai servizi, alle comunità e a ciascuna e ciascuno di noi la responsabilità di percorrerla, senza più rimandare.
Isa Maggi, Coordinatrice nazionale degli Stati Generali delle Donne




