Incontri del clero (Velletri-Segni e Frascati): Credo nella Trinità. Annunciare un Dio relazione in un mondo diviso

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“…1700 anni dalla celebrazione del primo grande Concilio ecumenico, quello di Nicea. È bene ricordare che…Nei primi secoli della fede i Sinodi si moltiplicarono sia nell’Oriente sia nell’Occidente cristiano, mostrando quanto fosse importante custodire l’unità del Popolo di Dio e l’annuncio fedele del Vangelo.

Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa. L’anniversario della sua ricorrenza invita i cristiani a unirsi nella lode e nel ringraziamento alla Santissima Trinità e in particolare a Gesù Cristo, il Figlio di Dio, «della stessa sostanza del Padre», che ci ha rivelato tale mistero di amore…L’Anno giubilare potrà essere un’opportunità importante per dare concretezza a questa forma sinodale: tutti i battezzati, ognuno con il proprio carisma e ministero, corresponsabili affinché molteplici segni di speranza testimonino la presenza di Dio nel mondo.” (PAPA FRANCESCO, Spes non confundit, 17). Da Nicea ad oggi, una fede che diventa responsabilità per la speranza di tutti.

Concilio di Nicea (20 maggio 325): professione di fede in un Dio comunione generosa e generativa. La risorsa del monoteismo trinitario per relazioni nuove in un mondo segnato da autoreferenzialità, omologazione.

La professione di fede battesimale trinitaria è l’eredità principale lasciata dal Concilio di Nicea in cui il Credo, pregato e meditato, diventa certezza impressa nel cuore che dà orientamento alla vita e alla spiritualità e diventa risorsa di identità e di relazioni unificanti ad immagine di Dio Trinità, Unità di differenze. Il Credo è qualcosa da tenere nel cuore e da avere presente in ogni momento, per vedere le cose e le persone in relazione a Cristo (cf. Ambrogio “Spiegazione del Credo” n. 9).

«nella professione di fede si uniscono in un unico atto la preghiera e la dossologia, la testimonianza e la dottrina»1.

Il linguaggio plurale del noi ecclesiale: “Noi crediamo”, “Noi chiese assieme ci incontriamo per condividere i linguaggi ed elaborare assieme la fede” in un Dio in cui c’è pluralità, alterità nella sua Unità che unifica noi, bisognosi di vivere le nostre differenze/alterità come occasioni di comunione e non di divisione. “per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso e si è incarnato. Si è fatto uomo…”.

Il valore paradigmatico, lo stile, di Nicea è di essere anche luogo di elaborazione di un linguaggio della comunione2. In questo, Nicea riprende niente meno che la logica e il fine dell’intera economia salvifica, nella quale Dio cerca di ristabilire l’unità tra divino e umano e tra gli esseri umani tutti: si tratta di un’economia di comunione. Il culmine di tale processo è l’evento Gesù Cristo e la pienezza di questa nuova comunione/alleanza di umano e divino in Cristo costituisce il suo corpo che è la ecclesia, dove, ciascuno con la vocazione ricevuta, è chiamato a dare testimonianza di questa esperienza di Dio, nelle relazioni tra di noi.

Fu il sorgere delle eresie a richiedere formulazioni e ragionamenti per dire la fede che era vissuta, senza dimenticare però che tali eresie non vanno lette come problema intellettuale, bensì come questione esistenziale, ecclesiale e salvifica. Nascono da che bisogni? Cosa si vuole salvaguardare e custodire anche se unilateralmente? Le eresie, come quella ariana, sono certamente delle tendenze a semplificare, razionalizzandolo per averlo sotto controllo, il mistero per renderlo meno scandaloso per il pensiero religioso e filosofico. Ario, nel tentativo di salvaguardare la trascendenza e l’unicità ineffabile di Dio (pensata in termini di indivisibilità quantitativa calcolabile), negava, contrapponendosi al suo vescovo Alessandro, che il Figlio fosse eterno come il Padre e quindi che il Lui Dio ci offre la relazione salvifica con Lui in persona nella storia. La sua posizione appariva razionale e affascinava molto molte persone anche per una concezione di Gesù Cristo, ma svuotava la fede della sua potenza salvifica comunionale. Se Cristo non è Dio, la redenzione è impossibile come comunione con il Padre e il Figlio nello Spirito; se non è uomo, la nostra condizione umana resta esclusa dalla comunione con Dio, concepito in modo più gestibile dalla ragione come un Uno lontano dalla storia e dal corpo.

In Cristo, Dio visita in persona la nostra storia e attraversa la nostra carne offrendo la speranza unica della risurrezione, e la carne, segnata da tante precarietà che il post umanesimo vuole rimuovere diventa luogo della gloria, della manifestazione e azione salvifica di Dio.

Per difendere l’esperienza ecclesiale e custodire il mistero di questo amore salvifico di Dio sperimentato in Cristo, i Padri a Nicea introdussero un termine non biblico, homoousios (nell’unità di Dio ci sono un Padre e un Figlio che si amano nello Spirito di entrambi).

che indicasse la relazione eterna del Figlio col Padre, sorgente di alterità comunionale e generativa (cf. A. Cozzi, Il Credo di Nicea: un nuovo sguardo sul Mistero di Dio rivelato da Gesù 1700 anni del Concilio di Nicea (325-2025), 3 ottobre 2025). Questa relazione di generazione eterna diventa per noi paradigma di relazionalità, di rapporto con l’alterità, perché siamo immagine somigliante di questo Dio in cui professiamo di credere…

Un’unità in cui è accolta una pluralità… “l’autentica fede nell’Unico Dio che noi intendiamo professare… predica e pratica con tutte le sue forze l’unità di origine, di cammino, e di destinazione del genere umano, in vista del riscatto e del compimento offerti da Dio”3. Una meta verso cui l’umanità è bisognosa di camminare insieme in una speranza che unisce.

“Crediamo… in un solo Signore Gesù Cristo il Figlio di Dio Generato unigenito dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero,
generato non creato,
della stessa sostanza del Padre,…” non è solo una formula, ma una verità esperienziale che fonda la speranza. La questione decisiva del discernimento niceno non era un problema di parole, ma va all’atto, alla vita stessa della fede. Perciò bisogna evitare di fare dei dogmi degli idoli concettuali, slegandoli dal loro fine pastorale e salvifico, cioè dal servizio alla ri-costituzione della comunione. Ogni dogma rischia di trasformarsi in “parola di pietra” se non viene continuamente rigenerato dalla vita del credente e della comunità4.

Il mistero di Cristo professato a Nicea non è un’equazione ontologica, ma una relazione vivente: l’incontro tra il Dio che si dona e l’uomo che accoglie. Dietro quella formula, infatti, c’è un volto: Gesù di Nazareth, che non ha lasciato definizioni ma relazioni, non ha consegnato concetti ma gesti, incontri, sguardi.

In particolare, a Nicea diventa chiaro che «L’essere di Dio è, da sempre e per sempre,

generazione: dell’altro di Sé come un altro Sé», e quindi la legge ontologica a cui obbedisce

«l’essere di Dio e, da Lui e in Lui, dell’essere di tutto ciò che è, è la legge della relazione, e cioè del “distinguere per unire” e “dell’unire senza confondere”»5. È la legge ontologica, libera e gratuita dell’agape che Dio stesso è (1Gv 4,8.16): Dio si rivela non come possessore esclusivo e autoreferenziale della sua sostanza eterna, ma come Colui che eternamente la condivide, gratuitamente e generosamente…. In questo risalimento alla vita intima di Dio, scopriamo che dall’eternità vi è in Lui una «generazione», che implica affetto, legame, cura (il «voler bene, che fa essere»). In questo stile relazionale si fa vivo Dio tra di noi in un mondo caratterizzato da tanto isolamento, arbitraria protezione della propria autonomia fino a solitudini annoiate e disperate. “Credo nella Trinità” significa “Credo che Dio è dono, comunicazione perfetta della sua sostanza al Figlio”. É un Padre generoso. Dio non vuole essere Dio da solo, ma col Figlio e lo Spirito. Dio è relazione…“L’incarnazione del Figlio e la missione dello Spirito rivelano il mistero ultimo dell’unità di Dio come amore. Nella relazione Dio “non si perde”, precisamente perché Dio “si trova” nella relazione”6.

Si rivela come l’eterno che non assorbe il tempo, non lo rende inutile o vuoto, bensì entra nel tempo, realizzando il nuovo e fecondando la nostra temporalità nell’esistenza risorta, una temporalità che ci inserisce nell’abbraccio trinitario e quindi nelle relazioni eterne tra Padre e Figlio nello Spirito7.

Come recepire e attualizzare la fede trinitaria di Nicea oggi, in un mondo diviso?

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” (Gv 3,16-17) Noi, immagine somigliante di questo Dio, viviamo, condividiamo con Dio questa dinamica di amore che dona verso un mondo che ha tanti aspetti che suscitano in noi repulsione?

Ogni nuova situazione culturale rilancia il processo di ricezione e di interpretazione della professione di fede nicena, una riappropriazione di ciò che c’era in gioco, in relazione alle nuove condizioni storiche e culturali in cui tradurre il kerygma originario, recependone la vitalità per l’oggi.

L’operazione teologica compiuta a Nicea è un discernimento ecclesiale di cui far tesoro oggi. Raccoglie e prende sul serio le domande sull’esperienza del Trascendente della filosofia in particolare medio e neoplatonica che non viene assolutizzata nel leggere la Rivelazione, rileggendole in un nuovo orizzonte di senso, determinato dall’evento Gesù Cristo e dal volto di Dio che ne deriva8.

Ci chiediamo come l’evento di Cristo possa diventare oggi parola viva e trasformatrice di vita e relazioni ad immagine della Trinità creduta, nel senso di una concordia e di una unità dei differenti soggetti della vita interpersonale, familiare, ecclesiale, sociale, culturale, civile…. Nella pluralità delle Persone divine si ha una «concordia differente» e le Persone divine si caratterizzano per il loro modo di uscire da se stesse verso l’altro nell’amore, che coincide con il loro modo peculiare di esistere9. La persona, in questo senso è apertura all’amore, che ne determina l’irripetibilità. Nella qualità dell’amore si determina quello che siamo. Già Agostino aveva detto che in Dio c’è un solo amore, ma distinto in ciascuna delle Persone10. Nel ricevere e donare amore il Figlio esprime l’immagine del Padre che è Colui che dà originariamente l’amore e così nel Figlio che è Sapienza e Verbo conosciamo il Padre e si manifesta la gloria paterna11. Lo Spirito Santo santifica perché è l’amore comune del Padre e del Figlio ed è dato all’essere umano quando è ispirato nel suo cuore (cf. Rm 5,5) e nella misura in cui restituiamo questo amore di cui siamo stati resi destinatari siamo configurati dallo Spirito Santo12.

Credere oggi nella Trinità significa credere che Dio è amore (1Gv 4, 8.16) capace di far fiorire le individualità singolari di ciascuno in una unità che non mortifica le identità dei soggetti, ma li mette in condizione di essere pienamente e veramente se stessi nella relazione tra loro e non in modo autoreferenziale.

La cultura occidentale “tende ora a privilegiare la pluralità del bene e del giusto: generando una significativa tensione tra il riconoscimento del pluralismo e la teorizzazione di un principio relativistico. Senz’altro la coscienza e il rispetto delle differenze rappresenta un vantaggio per l’apprezzamento delle singolarità e per l’apertura ad uno stile ospitale della convivenza umana13, che impedisca di rassegnarsi alla incomunicabilità, all’omologazione acritica.

Credere alla Trinità significa oggi credere e conoscere l’amore che Dio è in sé ed è per noi (cf. 1Gv 4,16) per l’uomo contemporaneo, caratterizzato dalla frammentazione e dalla perdita di riferimenti comuni, dalla contrapposizione e assolutizzazione delle individualità, che cerca di poter credere che la vita abbia ancora un senso, che l’amore sia possibile, che la speranza non sia un’illusione14. Una speranza che riparta da un certo modo di vivere le relazioni, che risultano nella Chiesa e nel mondo maggiormente sfidate da divisioni, individualismi, consumismo, conflitti e paure.

In Gesù, il Figlio, professato a Nicea vero Dio e vero uomo, Dio s’incontra tutto l’umano nella storia, con la sua fragilità, con la sua bellezza, con la sua libertà ferita per fare di tutto l’umano occasione di comunione con Lui e con gli altri nell’orizzonte della fraternità con la forza dello Spirito Santo come il noi in persona del Padre e del Figlio15.

La fede trinitaria di Nicea rimane una sorgente viva di discernimento ecclesiale, di vita pastorale in cui incarnare logos della fede, non una dottrina da trasmettere acriticamente, ma un cammino vivo che dialoga con la diversità, accoglie l’altro senza annullarlo, sostiene la differenza senza uniformare e genera comunione senza cancellare la peculiarità dei singoli. Come osserva Ruggieri, la fede non impone un linguaggio universale, ma testimonia una forma di vita capace di dialogare con ogni alterità.16 Dio Trinità, nel Figlio fatto uomo, ha accolto in sé ogni differenza e lontananza da sé per trasformarlo in nuova comunione. I credenti, riconciliati in Cristo sono chiamati ad aprirsi all’altro non per assimilare o sottomettere, ma per accogliere, assumere, farsene carico. La verità non si difende ergendo muri, ma si comunica come relazione. In questo senso, l’unità della persona di Cristo diventa la chiave di un’antropologia capace di ospitare la differenza, di dialogare senza annullare, di custodire la dignità di ogni voce17.

don Sergio Frausin, docente di Teologia e Assistente nazionale Agesci

Note

1 M. SEEWALD, Il concilio di Nicea: quale valore normativo per la teologia?, in P. CODA – S. FENAROLI (ed.), Ripartire da Nicea. Per leggere la fede dentro nuovi orizzonti, Queriniana, Brescia 2025, p. 74.

2 PANAGHIOTIS AR. YFANTIS, Il linguaggio “ortodosso” della comunione. Il concilio di Nicea come paradigma diacronico, in P. CODA – S. FENAROLI (ed.), Ripartire da Nicea. Per leggere la fede dentro nuovi orizzonti, cit., p.161- 170.

3 COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza, 2014, n. 16.

4 G. RUGGIERI, La compagnia della fede, Marietti, Casale Monferrato 1980.

5 P. CODA, Postfazione. Nicea: la memoria e la promessa, in P. CODA – S. FENAROLI (ed.), Ripartire da Nicea. Per leggere la fede dentro nuovi orizzonti, cit., p.213-225: qui p. 218-219.

6 Cf. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza, 2014, n. 42.

7 Cf. A. COZZI, Il Credo di Nicea: un nuovo sguardo sul Mistero di Dio rivelato da Gesù. 1700 anni del Concilio di Nicea (325-2025), 3 ottobre 2025.

8 In tal senso scrive la COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore. 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025), n. 81: «L’evento Gesù Cristo rende possibile una nuova ontologia, misurata dalle dimensioni del Dio uno e trino e del Logos incarnato. La ragione umana si era già lasciata aprire e penetrare dal mistero, reso accessibile dalla rivelazione della creazione ex nihilo (cf. 2Mac 7,28; Rm 4,17), della trascendenza ontologica di un Dio che è comunque più intimo ad ogni creatura di quanto essa lo sia a se stessa. Tale ragione si lascia di nuovo rinnovare da cima a fondo, quando le viene comunicato il senso profondo inscritto in ogni cosa dal mistero del Dio trinitario che è amore (1Gv 4,8.16) – alterità, relazione, reciprocità, mutua interiorità si manifestano ormai come la verità ultima e le categorie strutturanti l’ontologia. L’essere si ritrova illuminato e si mostra ancor più ricco di quanto non sembrasse nei percorsi filosofici anteriori, per quanto profondi e complessi essi siano stati».

9 Cf. Tr V, 20.

10 Cf. De Trin V, 23.

11 Cf. Tr VI, 12-13.

12 Cf. Tr VI, 14.

13 Cf. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza, 2014, n. 4.

14 Cf. S. ABAGNALE, Gesù, Nicea, il ministero del prete, 11 novembre 2025, in https://www.settimananews.it/ministeri-carismi/gesu-nicea-il-ministero-del-prete/#_ftnref4

15 Cf. H. MüHLEN, Der Heilige Geist als Person in der Trinität in der Inkarnation und im Gnadenbund, Münster 1963, 100-168.

16 G. RUGGIERI, La verità crocifissa, Cittadella, Assisi 2018.

17 G. GUGLIELMI, Fare teologia dentro la storia. Il contributo di Giuseppe Ruggieri, Rubbettino, 2018, 55.

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