Dalla parte delle donne: La violenza sulle donne è un dramma di tutti. Uomini e donne insieme per fermarlo

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Sei donne uccise in cinque giorni tra fine agosto e inizi di settembre per mano di mariti e compagni, due gravemente ferite. Non sono numeri: sono vite spezzate, storie interrotte, famiglie devastate, comunità intere ferite in profondità. Anche la nostra comunità diocesana, fatta di uomini e di donne che condividono lo stesso cammino di fede, non può restare a guardare: dovremmo vivere questi giorni come un lutto che ci riguarda tutti, in un Paese che continua a non riuscire ad arginare una piaga sociale che, ormai lo sappiamo, uccide più della criminalità organizzata.

Una scia di sangue che lascia sgomenti e che dimostra, ancora una volta, come le singole norme, per quanto necessarie, non bastino a fermare la mattanza. Lo ripetiamo da anni, come Stati Generali delle Donne: servono leggi, sì, ma le leggi da sole non salvano vite se non sono accompagnate da una cultura diffusa — nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro — del riconoscimento del rischio, e da una rete di protezione reale, tempestiva, competente.

I segnali che non vogliamo vedere

Troppo spesso i segnali della violenza e i fattori di rischio vengono sottovalutati da chi dovrebbe predisporre la protezione delle donne. E ancora più spesso accade che le donne che si rivolgono alle istituzioni per denunciare la violenza domestica non vengano credute — proprio come troppo spesso accade alle vittime di stupro. È indispensabile e non più rinviabile un piano nazionale di formazione specifica e obbligatoria per tutti coloro che si occupano di violenza di genere: forze dell’ordine, magistrati, servizi sociali, servizi sanitari. Ma è indispensabile anche una formazione del cuore e dello sguardo che può nascere nelle nostre comunità, negli oratori, nei gruppi familiari, ovunque uomini e donne si incontrano e si ascoltano davvero.

E ci chiediamo: può questo Paese, può la nostra comunità, continuare a muoversi sulla sola dimensione repressiva, intervenendo sempre e soltanto dopo che il danno è fatto? Quanto ancora dobbiamo aspettare per un investimento organico sulla prevenzione, che comprenda anche l’educazione delle nuove generazioni, dei ragazzi e delle ragazze, a relazioni fondate sul rispetto reciproco e non sul possesso?

Le donne uccise in questi giorni pagano con la vita il proprio diritto all’autodeterminazione, alla propria indipendenza, alla scelta di andarsene da relazioni fatte di controllo e prevaricazione. Sono il simbolo di una resistenza quotidiana, silenziosa, che troppo spesso si consuma nell’indifferenza generale — un’indifferenza che come credenti non possiamo permetterci.

Colpisce, e non poco, il silenzio che ha accompagnato questa drammatica sequenza di sei femminicidi in pochissimi giorni. Una scia di sangue che mette in discussione l’efficacia stessa degli strumenti oggi in uso alle forze dell’ordine — la valutazione del rischio, i piani di protezione — se è vero che donne che avevano denunciato sono state comunque lasciate sole, fino a essere uccise da chi diceva di amarle.

Le donne che perdono la vita in queste circostanze cercavano una cosa sola: la libertà. La libertà da un partner o da un ex partner che non accettava la fine di un legame, la libertà da un controllo che si era fatto ossessione, da una prevaricazione quotidiana che nessuna denuncia era riuscita a fermare in tempo. Muoiono nel tentativo di riprendersi ciò che spetta loro di diritto, e che è anche, prima ancora che un diritto civile, la dignità di ogni persona umana, uomo o donna.

Un impegno che riguarda uomini e donne insieme

Come Stati Generali delle Donne continuiamo a chiedere, e lo facciamo rivolgendoci non solo alle istituzioni ma a ogni componente della comunità, uomini e donne insieme, ciascuno secondo le proprie responsabilità:

  • un piano nazionale di formazione obbligatoria per chi opera nel contrasto alla violenza di genere: forze dell’ordine, assistenti sociali, operatori nei Tribunali e nelle Procure, Ordini professionali;
  • il rafforzamento reale — non solo sulla carta — degli strumenti di valutazione del rischio;
  • l’ascolto delle donne che denunciano, senza pregiudizio e senza minimizzazione;
  • un investimento strutturale per intensificare la prevenzione culturale, a partire dalla scuola e dai luoghi educativi, comprese le comunità parrocchiali e gli oratori: non c’è nulla di nuovo da inventare, ma occorre continuare e diffondere le buone pratiche già in uso, spesso grazie a educatori ed educatrici, insegnanti e catechisti che da anni lavorano su questo con dedizione silenziosa;
  • una campagna di sensibilizzazione diffusa e continuativa, non episodica, che coinvolga anche gli uomini come alleati e non solo come destinatari di sospetto;
  • un ampliamento nazionale dei luoghi di ascolto e di accoglienza, oltre la rete dei Centri Antiviolenza: esistono spazi, spesso legati a realtà di volontariato e a comunità di fede, che da anni svolgono un lavoro prezioso e non riconosciuto, e che meritano di essere valorizzati e sostenuti;
  • il coinvolgimento delle attività economiche e delle realtà del territorio come “sentinelle”: una campagna già attiva, che ha coinvolto centinaia di negozi, imprese e attività, e che può trovare nelle parrocchie e nelle associazioni diocesane nuovi alleati.

Non possiamo più permetterci il lusso del silenzio, né quello della sola indignazione a intermittenza. Ogni donna uccisa è una sconfitta collettiva, una ferita che riguarda l’intera comunità umana ed ecclesiale.

Fermare questa mattanza è una responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, forze dell’ordine, scuola, media, comunità parrocchiali, e ciascuno e ciascuna di noi, uomini e donne, nel proprio quotidiano. Solo insieme, riconoscendoci reciprocamente nella stessa dignità, potremo costruire relazioni di cura e non di sopraffazione.

«Nessun dorma»: assumiamoci, insieme, questa responsabilità.

Isa Maggi, Coordinatrice nazionale degli Stati Generali delle Donne

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