Domenica del Corpus Domini (Gv 6,51-58): «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»

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Il brano di Giovanni 6,51-58 (il culmine del Discorso del Pane di Vita) non è semplicemente una spiegazione teologica dell’Eucaristia; è un invito a una trasformazione radicale. Nel contesto della solennità del Corpus Domini, queste parole smettono di essere un testo antico e diventano l’esperienza viva di ciò che celebriamo sull’altare e portiamo per le strade.

Nel testo emerge forte la resistenza dei Giudei. La parola greca usata da Gesù per “carne” (sarx) indica l’umanità nella sua debolezza, nella sua fragilità esposta al dolore e alla morte. Lo scandalo allora, come oggi, è un Dio che non si concede attraverso concetti astratti, energie cosmiche o rigide leggi morali, ma attraverso la materia.

Nella festa del Corpus Domini, questo scandalo si fa stupore. Gesù non ci offre qualcosa di superfluo; offre se stesso. Non dice “prendete i miei insegnamenti”, ma “prendete la mia carne”. Celebrando questa festa, passiamo dal chiederci “come è possibile?” all’adorare grati il mistero di un Dio che ha desiderato farsi vulnerabile e commestibile per guarire la nostra debolezza dall’interno.

Nel testo originale greco, il verbo iniziale per mangiare (esthio) muta in un verbo molto più concreto: trogo, che significa letteralmente masticare, tritare con i denti. Gesù usa un realismo quasi crudo per dirci che l’unione con Lui non è un vago sentimento spirituale.

L’Eucaristia non si contempla e basta, si assimila. Quando mangiamo un cibo, quel cibo diventa noi, si trasforma nelle nostre cellule. Con l’Eucaristia accade il contrario, un prodigio spirituale unico: siamo noi a venire assimilati a Cristo. Diventiamo ciò che riceviamo. Il Corpus Domini ci ricorda che la comunione genera una “dimora reciproca” (l’inhabitatio): Egli vive nei nostri giorni, nelle nostre fatiche, e noi siamo immersi nella Sua eternità già adesso, nel presente.

Gesù fa un paragone netto con la manna del deserto: quel pane sostentò i padri, ma non evitò la morte fisica. Il Pane vivo, invece, innesta in noi una qualità di vita che la morte non può interrompere: la vita stessa del Padre («io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me», v. 57).

Qui si coglie il senso profondo della processione tipica di questa solennità:

  • Gesù cammina con noi: Portare l’Ostensorio tra le case, le piazze e le strade significa dire che il sacro non resta chiuso nei tabernacoli di pietra. Cristo vuole camminare là dove l’uomo soffre, lavora, spera e vive.
  • Diventare noi stessi ostensori: Se assimilando la Sua carne diventiamo il Suo Corpo, allora la processione siamo noi. Il cristiano che esce dalla Messa è chiamato a essere “pane spezzato” per gli altri, portando la presenza di Dio nei deserti relazionali ed esistenziali del mondo odierno.

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