L’orizzonte della festa dell’Ascensione dona a queste ultime battute del Vangelo di Matteo una luce del tutto particolare. Non stiamo celebrando un distacco, né il triste addio a un maestro che se ne va lasciandoci orfani, ma l’inizio di un modo nuovo, più intimo e universale, di fare esperienza di Lui. Gesù non sale in cielo per allontanarsi, ma per liberarsi dai confini dello spazio e del tempo e poter essere, così, vicino a ciascuno di noi, ovunque ci troviamo.
Immaginiamo la scena che Matteo tratteggia su quel monte in Galilea. È un luogo carico di memoria: lì tutto era iniziato, tra quelle colline Gesù aveva camminato e insegnato. E proprio lì, all’appuntamento con il Risorto, i discepoli si presentano con il loro carico di umanità, fatta di slanci e di fatiche. Il testo annota con una sincerità disarmante che, pur adorandolo, “essi però dubitarono”. È un dettaglio di una consolazione infinita per la nostra vita spirituale. Ci dice che la fede non è un cammino per superuomini senza incertezze, ma che l’adorazione e il dubbio possono abitare contemporaneamente nello stesso cuore. Gesù non rimprovera questa fragilità, non esige che siano perfetti prima di fidarsi di loro. Al contrario, proprio a questi uomini sospesi tra lo stupore e l’esitazione, affida la missione di cambiare la storia.
Nel contesto dell’Ascensione, le parole di Gesù risuonano allora come un formidabile passaggio di testimone. Dicendo che a Lui è stato dato “ogni potere in cielo e sulla terra”, non sta parlando del potere umano fatto di dominio e di forza, ma del potere dell’Amore che ha attraversato la morte ed è rimasto integro. Forte di questa vittoria, Gesù non trattiene i suoi discepoli sul monte a contemplare il cielo, ma li spinge verso il mondo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. L’Ascensione è la festa che trasforma la Chiesa da un gruppo di spettatori a una comunità di inviati. Questo andare non significa fare propaganda o proselitismo, ma immergere l’umanità — questo è il senso profondo del Battesimo nel nome della Trinità — in quell’oceano di amore in cui noi stessi siamo stati avvolti.
La bellezza di questa festa esplode nell’ultima promessa, che chiude il Vangelo e apre il tempo della Chiesa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Se prima l’esperienza di Gesù era legata alla sua presenza fisica in un punto preciso della Palestina, ora l’Ascensione dilata questa presenza. Quel “tutti i giorni” non esclude nulla: abita i giorni della gioia e quelli del fallimento, i momenti in cui la fede è roccia e quelli in cui vacilla nel dubbio.
Celebrando l’Ascensione, allora, capiamo che il cielo in cui Gesù è salito non è un luogo lontano sopra le nuvole, ma è lo spazio stesso di Dio, che da quel momento coincide con ogni angolo della terra e con ogni piega del nostro cuore. Non siamo rimasti soli a tentare l’impresa; camminiamo nella storia sapendo che Colui che è asceso è lo stesso che cammina accanto a noi, ogni giorno, fino alla fine.



