Nel primo capitolo di Magnifica Humanitas Papa Leone XIV non elenca encicliche per dovere di cronaca, ma vuole far capire come la Chiesa pensa quando il mondo cambia, prende strade nuove, anche non buone, al fine di illuminarle con la luce del Vangelo. I paragrafi 28-45 spiegano un metodo, cioè che la Dottrina sociale non è un codice fisso da applicare, ma un discernimento vivo, con dei principi basilari ben chiari e immutabili senza che impediscano che la Chiesa si lasci interrogare. Il punto di partenza è la Rerum novarum, con la quale la Chiesa non “inventa” la giustizia sociale, ma portando con sé Scrittura, Padri, teologia e diritto rinnova lo sguardo su tali questioni.
Leone XIII le assunse come luogo pastorale. Dalla sua enciclica tre idee che ancora oggi reggono tutto il discorso: il lavoro non è merce; la persona vale più del capitale; la proprietà esiste, ma ha una funzione sociale. Non è un “sì” al conflitto di classe né un “sì” al mercato senza regole. È un tentativo di tenere insieme dignità, libertà e giustizia.
Pio XI, quarant’anni dopo, allarga l’obiettivo. La crisi del 1929 mostrò che il problema non era solo il singolo operaio, ma l’ordine economico intero. Nacque così, in forma chiara, il principio di sussidiarietà: ciò che famiglie, associazioni e comunità locali possono fare non deve essere assorbito dallo Stato. Dietro questo vi è un’idea antropologica, cioè che la società è viva quando le persone restano protagoniste e non diventano ingranaggi o semplici pedine. D’altronde il confronto con i totalitarismi iniziava a farsi sentire. Con Giovanni XXIII si aprì una fase più esplicitamente mondiale. I documenti Mater et Magistra e soprattutto Pacem in terris collegarono dignità della persona, diritti e doveri fondamentali, verità, giustizia, amore e libertà. Elementi questi fondamentali da sottolineare dopo in anni in cui le tensioni geopolitiche di certo non erano diminuite. Con Paolo VI e la sua Populorum progressio insistette molto sul fondamentale passaggio da condizioni degradanti a condizioni più umane, riguardante ogni uomo e tutto l’uomo; affinchè il progresso dei popoli fosse davvero attuato era necessaria non solo la fine dei conflitti, ma anche la fine di certe condizioni degradanti.
Il Magistero di Giovanni Paolo II, invece, si colloca al crocevia tra il crollo delle ideologie e l’avvio della globalizzazione. Laborem exercens presentò il lavoro come bene fondamentale della persona e verifica dell’equità del sistema. Sollicitudo rei socialis denunciò i meccanismi che soffocano le economie deboli e rilanciò la solidarietà come corresponsabilità concreta per la comune crescita. Benedetto XVI, in Caritas in veritate, chiuse il cerchio con una parola oggi cruciale: sostenibilità. Lo sviluppo deve essere vero, esteso a tutti e rispettoso dei limiti del creato. Non basta crescere. Bisogna chiedere chi cresce e a quale prezzo.
Il filo che unisce questi paragrafi è quindi pedagogico, non meramente cronologico. Ogni epoca ha le sue “cose nuove”. Ieri la fabbrica, oggi l’algoritmo. Il criterio non cambia: una innovazione è umana se serve la persona, protegge i più fragili, apre partecipazione e non concentra potere opaco. La Chiesa, in questo capitolo, offre un modo di pensare. Ascoltare la storia, discernere alla luce del Vangelo, indicare vie di giustizia. Solo così la “magnifica umanità” non diventa slogan, ma compito concreto nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Giorgio Focardi




