Le liturgie delle Chiese cristiane di Oriente e di Occidente lungo l’anno liturgico celebrano il mistero di Cristo, Verbo di Dio incarnato, fattosi uomo per noi e per la nostra salvezza. Lungo l’anno o ciclo liturgico vengono celebrati i diversi momenti della vita di Cristo che sono anche e soprattutto momenti di salvezza per la Chiesa e per ognuno dei cristiani: la sua incarnazione, la sua nascita, la sua passione, morte e risurrezione. La Grande Settimana è uno dei momenti centrali in questa celebrazione, e in essa le Chiese cristiane di Oriente possiamo dire si radunano attorno alla croce di Cristo, da dove sgorga la redenzione e la salvezza per ognuna di esse. La tradizione bizantina in Italia è celebrata e vissuta nelle Chiese di tradizione bizantine di Lungro in Calabria, di Piana degli Albanesi in Sicilia e nel monastero esarchico di santa Maria di Grottaferrata alle porte di Roma.
In queste pagine voglio leggere e presentare brevemente tre dei tropari liturgici che segnano le principali celebrazioni lungo la Settimana Santa nella tradizione bizantina.
I tropari sono dei testi poetici, che con delle immagini molto belle e profonde, portano colui che li legge, che li canta, colui che li prega, a vivere il mistero celebrato nella liturgia. Sono dei testi nati dalla preghiera del poeta, dell’innografo, del teologo, che legge la Sacra Scrittura e ne fa preghiera e, come dicevo, con delle immagini forti, contrastanti e delle volte anche paradossali, riesce a esprimere in modo poetico la professione di fede della Chiesa. Sono tre tropari che vengono cantati nell’ufficiatura di diversi giorni lungo la Settimana Santa.
Indico, per ognuno dei tropari, i riferimenti biblici che si intrecciano nel testo liturgico.
“Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte (Mt 25,6), beato quel servo che troverà vigilante (Lc 12,37), indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno (Rm 13,11), per non essere consegnata alla morte (Salmo 12,4) e chiusa fuori del Regno! (Mt 25,10) Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio (Is 6,3); per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi”.
I tropari, come accennavo sopra, sono un intreccio di citazioni bibliche implicite o esplicite, sia dal Vecchio che dal Nuoto Testamento.
Nel primo tropario ci sono ben cinque riferimenti biblici: lo Sposo che arriva, Mt 25,6; il servo che vigila, Lc 12,37; il distacco dal sonno, Rm 13,11; la consegna alla morte, salmo 12,4; la chiusura della porta del Regno, Mt 25,10; il Dio tre volte santo, Is 6,3). Tre temi da sottolineare in questo testo: Il tema dell’attesa dello Sposo. Il tropario fa una rilettura di Mt 25,10, con lo Sposo che arriva nel mezzo della notte e l’attesa vigilante di coloro che l’aspettano. Si tratta di un’attesa di quel rinnovamento e ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima ed il nuovo Adamo che arriva nel bel mezzo della notte. Un’attesa che diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce, la sua croce. Il secondo tema è l’analogia che il tropario fa di sonno-morte, a partire da Lc 12,37, il servo vigilante, e da Rm 13,11, il distacco dal sonno. L’arrivo dello Sposo per il cristiano è il momento del suo trapasso, della sua morte; lui, lo Sposo, arriverà nella notte -nell’ora in cui il servo non sa, e per questo viene chiesta la vigilanza, il guardare verso di Lui. Il terzo aspetto che troviamo nel tropario è quello delle nozze divine e l’assoluta indegnità dell’uomo che solo può entrare nella camera nuziale, il Regno, grazie alla luce che viene da Cristo. Di fronte allo Sposo nel suo talamo nuziale, cioè Cristo umiliato ed umile ai piedi della croce, il cristiano si scopre dal tutto peccatore -e durante la Quaresima l’abbiamo tante volte chiesto al Signore di farci scoprire peccatori quando abbiamo ripetuto fino a sazietà: “…dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello…”. Ma si scopre pure amato e salvato da questo Dio umile ed umiliato. Per questo lo acclama come Dio tre volte santo con Is 6,3.
“Oggi è appeso al legno Colui che ha appeso la terra alle acque! (Salmo 135,6) Il Re degli angeli è cinto di una corona di spine! (Mt 27,29) È avvolto di una porpora (Mt 27,28) mendace Colui che avvolge il cielo di nubi! (Is 63,1; salmo 147,8) Riceve uno schiaffo (Gv 18,22) lui che nel Giordano ha liberato Adamo! (Mt 3,13) Lo Sposo della Chiesa è inchiodato con chiodi! (Ef 5,25.31) Il Figlio della Vergine è trafitto da una lancia! (Gv 19,34) Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostacci anche la tua risurrezione”.
Questo secondo tropario viene cantato nell’ufficiatura mattutina del Venerdì Santo, durante la processione con la croce che viene portata dall’altare, dal santuario fino al bel mezzo della navata e lì esposta e venerata dai fedeli. È un testo diventato quasi un tessuto di citazioni bibliche, e che riesce, per via di contrasto, a mettere in evidenza il mistero della vera incarnazione del Verbo di Dio: Colui che pende dalla croce è lo stesso che appende la terra sulle acque; colui che è Signore degli angeli, riceve una corona di spine; il Signore del cielo, è avvolto da una tonaca mendace; Colui che libera Adamo nel Giordano quando è battezzato da Giovanni, è legato da uno schiaffo. Infine, l’immagine fortemente contrastante tra la sua nascita da una Vergine, e il suo costato trafitto dalla lancia.
“Vedendo il sole nascondere i suoi raggi, e il velo del tempio lacerato alla morte del Salvatore, Giuseppe andò da Pilato, e così lo pregava: Dammi questo straniero, che dall’infanzia come straniero si è esiliato nel mondo (Gv 1,5.10; Mt 2,13). Dammi questo straniero, che i suoi fratelli di razza hanno odiato e ucciso come straniero (Salmo 68,9). Dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana. Dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri. Dammi questo straniero, che gli ebrei per invidia hanno estraniato dal mondo (Mt 27,18). Dammi questo straniero, perché io lo seppellisca in una tomba, giacché, come straniero, non ha ove posare il capo (Mt 8,20). Dammi questo straniero, al quale la Madre, vedendolo morto, gridava: O Figlio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere (Lc 2,35) e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione. Supplicando Pilato con questi discorsi, il nobile Giuseppe ricevette il corpo del Salvatore: con timore lo avvolse in una sindone con mirra e depose in una tomba colui che a tutti elargisce la vita eterna e la grande misericordia (Salmo 50,3)”.
Questo terzo tropario viene cantato nell’ufficiatura mattutina del Sabato Santo. Si tratta di una supplica che l’innografo mette in bocca a Giuseppe di Arimatea in una sua supplica a Pilato per riavere il corpo di Gesù (cf., Lc 23,50-52). Per ben sette volte Giuseppe chiede a Pilato lo “straniero”, titolo dato a Gesù in questo tropario: Dammi questo straniero… (Δός μοι τοῦτον τὸν ξένον). E il testo liturgico contempla Cristo come colui che dall’infanzia ha vissuto l’essere straniato, di cui si contempla una morte essa stessa straniera, strana, fuori della città. L’ultima supplica di Giuseppe prende la supplica di Maria, la madre di Cristo che diventa supplica della Chiesa stessa: “O Figlio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione”.
La celebrazione della passione, della morte e della risurrezione di Cristo nella tradizione bizantina, attraverso i testi liturgici poetici e allo stesso tempo pregnanti di forza e di realismo, ci accosta, ci fa partecipi della sua condiscendenza verso di noi, Lui che per noi si è fatto straniero per riportarci al suo regno.
P. Manuel Nin, Esarca Apostolico di Grottaferrata
Fonte: acistampa.com



