Voglio parlarvi di un quadro che è un invito al canto: “La Visitazione” di Giotto, che non ha perduto nulla della sua forza e vi invita sulla strada del Magnificat. Qui il dipinto pensa, ci chiama, prega, ci afferra col suo ritegno e la sua gravità. Una giovane donna, Maria, senza potere, senza titolo, senza altra protezione se non la sua fede, si reca in visita a Elisabetta. Due donne, due corpi, due attese, due vite modeste. Entrambe sono in attesa di una nascita, e in questo momento di incontro, qualcosa avviene. Maria prende la parola, e la sua parola non è un lamento, una promessa vuota: è una visione, che si coglie in questo dipinto al momento in cui le due donne si ritrovano. La storia cambia scala nella semplicità di un gesto. Sembra di sentire sorgere dal dipinto un canto, che sta in pochi versi, che però attraversano i secoli come un lama dolce; un canto spesso riposto nell’angolo del pio, del religioso, mentre porta una carica di verità e di ribaltamento.
Questo canto è il Magnificat. Lo sentiamo nel Vangelo di Luca: “La mia anima esalta il Signore”, dice Maria. E subito l’intimo diventa universale, perché quello che ella nomina non è solo un’emozione religiosa, è un modo di guardare il mondo e giudicarlo. Il Magnificat è in primo luogo un testo di sovranità interiore che afferma che la dignità non dipende da quello che il mondo concede, ma nasce da una verticalità intima, da una fedeltà, da una fiducia che non si confonde con l’ingenuità. Il canto comincia con un consenso che innalza: non un consenso all’ordine stabilito, ma ad una verità più alta dei rapporti di forza. Poi viene ciò che fa la sua potenza politica, poiché esso non è un cantico di rassegnazione: è un cantico di ribaltamento. Esso osa dire che il mondo così com’è non è quello che deve essere; osa dire che la forza non ha l’ultima parola, che ciò che appare come potenza non è la giustizia. E lo dice senza odio, senza vendetta, ma con una nettezza tagliente. “Rovescia i potenti dai loro troni ed innalza gli umili”. Ecco la frase che brucia, la frase che interpella: si vuole una parola che consola l’ordine o una parola che inquieta la coscienza? Non perché invoca la violenza, ma perché rivela un principio: la dominazione non è una fatalità e l’umiltà non è una vergogna. Quello che noi chiamiamo ordine, quando schiaccia è già un disordine morale. E questa logica va più in là: “Colma di beni gli affamati, rimanda i ricchi con le mani vuote”. Anche qui, non si tratta di una morale del risentimento, si tratta di una messa in guardia contro l’illusione più pericolosa: credere che l’accumulo vale come una giustifica, credere che riuscire dispensa dalla responsabilità. Il Magnificat ricorda che la grandezza di una società si misura su quello che essa fa per i più vulnerabili. Questo canto ha quindi una durezza, ma una durezza giusta. Non lusinga, non accarezza il potere nel senso del pelo, non santifica l’ordine, ma santifica la dignità e ricorda che la storia non è soltanto la cronaca degli imperi, ma è anche la memoria degli umiliati, di quelli che non hanno voce, di quelli che stanno nell’ombra.
Ed è esattamente per questo che il Magnificat ha sempre turbato quelli che vogliono una religione ridotta all’ordine, una fede trasformata in semplice cemento politico. Charles Maurras, nella sua logica di un cattolicesimo ridotto ad una istituzione, ha sognato di spurgare questo canto da ciò che egli chiamava il suo “veleno”. Questa parola lo esprime bene: essa rivela la tentazione di neutralizzare ciò che urta, di cancellare la parte di ribaltamento per conservare solo qualche termine di stabilità; in altre parole: fare della religione una grammatica di ubbidienza e non una scuola di coscienza. Orbene, il Magnificat resiste a ciò, rifiuta di essere addomesticato, ricorda nel cuore stesso del sacro che l’ordine ha valore solo se protegge, che il potere è legittimo solo se è al servizio, e che un testo che perde la sua capacità di turbare perde spesso la sua capacità di salvare.
C’è poi una terza dimensione, forse la più profonda: la memoria. Il Magnificat infatti non è un grido isolato, ma si colloca in una lunga fedeltà: parla di una promessa, di una storia trasmessa: “Egli si ricorda della sua misericordia”. Questa parola – “ricordarsi” – è essenziale. Dice che la salvezza di un popolo non si costruisce solo nel momento, ma nella continuità, che non ci si risolleva inventando una umanità nuova, ma ritrovando ciò che da lungo tempo obbliga.
Allora, che ci dice il Magnificat oggi, in questo nostro mondo rovinato? Dice in primo luogo: Non permettiamo che la forza diventi la nostra unica regola. Il mondo è attraversato da rapporti di forza, ma una civiltà si giudica sullo spazio che lascia al diritto, allo sguardo, al limite. E il Magnificat ricorda che la forza più pericolosa è quella che si crede legittima perché è forte.
Ci dice poi: Non confondiamo l’umiltà con l’annullamento. L’umiltà del Magnificat non è la sottomissione: è un’altezza senza arroganza, un modo di stare dritti senza schiacciare, un modo di dire “Io” senza chiudere la porta agli altri. In un tempo in cui tanti discorsi vogliono trasformare l’identità in spada, ci ricorda una verità semplice: la dignità non ha bisogno di dominare per esistere. Ci dice anche: la giustizia comincia con lo sguardo, nella capacità di vedere l’affamato, il fragile, l’esiliato, il vinto non come una variabile ma come un volto, non come un problema ma come un fratello, una sorella in umanità. C’è in questo canto una pedagogia dell’attenzione: ciò che non è guardato finisce per essere calpestato.
E infine ci dice: La parola può sollevare. Il Magnificat non è un discorso sul potere, ma un discorso sulla verità, che rifiuta l’anestesia, che rimette le cose al posto loro. In un mondo in cui si fabbricano racconti per catturare le menti, questo canto ricorda che la prima resistenza consiste a volte nel dare il nome giusto. È forse questo, in fondo, il miracolo del Magnificat: in una scena minuscola, una visita, una casa, due donne, una parola, fa sorgere una bussola per l’umanità intera, una bussola che consiste in tre movimenti: sollevare l’intimo, rovesciare l’orgoglio, proteggere i deboli. E se non vogliamo raccogliere che una sola esigenza, sarebbe di non accettare mai che il mondo o il potere – quale che sia – possa essere governato dall’indifferenza, perché l’indifferenza è sempre il primo trono dei potenti, e il Magnificat ci insegna a non abituarcici.
Dominique de Villepin, politico e scrittore francese
Traduzione dal francese di Ciro Gravier
Il testo qui tradotto lo si può ascoltare in francese sulla rete (https://www.facebook.com/watch/?v=788697927445274)



