Nel mese di gennaio, subito dopo la fine del tempo di Natale, la liturgia ci ricorda, nel giorno fausto della sua nascita al Cielo, la memoria di Sant’Antonio Abate. Antonio nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra del Nilo, intorno all’anno 250. Fu un eremita tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico. Antonio, di cui conosciamo la vita grazie alla biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, fu un insigne padre del monachesimo orientale.
Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste ed ai banchetti infatti preferiva il lavoro e la meditazione e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai poveri, si ritirò nel deserto e lì cominciò la sua vita di penitente. Compiuta la sua scelta di vivere come eremita, trascorse molti anni vivendo in un’antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se foste rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce – soprattutto di porco – allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva con digiuni e penitenze di ogni genere, riuscendo sempre a trionfare. La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto presso i fedeli e Antonio, che voleva vivere assolutamente distaccato dal resto del mondo, fu costretto più volte a cambiare luogo di “residenza”.
Malgrado conducesse una vita dura e piena di privazioni, Antonio fu molto longevo: la morte lo colse infatti all’età di 105 anni, il 17 gennaio del 355, nel suo eremo sul monte Qolzoum. Sulla sua tomba, subito oggetto di venerazione da parte dei fedeli, furono edificati una chiesa e un monastero. In Francia sorse l’ordine degli “Antoniani” approvato successivamente da papa Urbano II. Tale fraternità laicale, con fini ospedalieri, nel 1218 si trasformerà nell’Ordine cavalleresco-ospedaliero di Sant’Antonio Abate e, in seguito, nella Congregazione dei Canonici Regolari di Sant’Antoine en Viennais, che a Velletri si insedierà proprio nella Chiesa di Sant’Antonio Abate.
In seguito la chiesa venne affidata all’Università dei Mulattieri e Carrettieri, nata per raggruppare sotto un’unica egida tutti coloro che svolgevano, in maniera prevalente attraverso i carretti e con l’ausilio di muli e cavalli, il trasporto del vino, prodotto di punta dell’agricoltura veliterna, verso le mescite e le cantine non solo cittadine ma anche dei paesi limitrofi e soprattutto a Roma.
I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di S. Antonio sono antichissimi e legati strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio Abate un vero e proprio “santo” del popolo. Egli è considerato il protettore contro le epidemie di certe malattie, sia dell’uomo, sia degli animali. È stato invocato come protettore del bestiame e la sua effigie era collocata sulla porta delle stalle. Il Santo è invocato anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes nota come “fuoco di Sant’Antonio” o “fuoco sacro”. Antonio è anche considerato il patrono del fuoco.
Come ogni anno, anche per questa edizione l’Università ha voluto offrire ai fedeli e alla cittadinanza un ricchissimo programma di festeggiamenti religiosi e civili in onore del Santo. Come sempre il programma religioso inizierà con un triduo di preparazione, celebrato dal 14 al 16 gennaio alle ore 17.30 presso la Chiesa dedicata al Santo. La sera del 16, dopo la messa, si svolgerà la fiaccolata nel quartiere limitrofo alla chiesa e alla fine sarà incendiato il tradizionale “faòre”. Il 17 gennaio, memoria liturgica di Sant’Antonio Abate, ci sarà la benedizione dello Stendardo e dei cavalieri dell’Università, nonché la tradizionale benedizione degli animali. Le Sante messe del 17 saranno presiedute sia da monsignor Vincenzo Apicella, vescovo emerito, che da monsignor Stefano Russo, vescovo diocesano. Come sempre lo stendardo farà visita presso le case dei fedeli che lo hanno richiesto. Domenica 18 gennaio, lo stendardo sfilerà la mattina lungo corso della Repubblica fino al monumento ai caduti di Piazza G. Garibaldi. Successivamente in piazza Mazzini si terrà la consueta asta che prevede l’aggiudicazione dello stendardo al miglior offerente e la sua custodia in casa per un anno, fino alla successiva festa. Nel pomeriggio, dopo la tradizionale corsa all’anello per l’aggiudicazione del 50esimo trofeo “Remo Strillozzi”, si svolgerà la fiaccolata e la Santa Messa di chiusura dei festeggiamenti. L’atto conclusivo della festa sarà la consegna dello stendardo presso l’abitazione del fedele che si è aggiudicato l’asta.
Articolo di don Teodoro Beccia, vicario parrocchiale della cattedrale San Clemente I in Velletri



