La pagina evangelica proposta da Matteo al capitolo ventunesimo, attraverso la parabola dei due figli chiamati a lavorare nella vigna, interpella direttamente il senso della nostra adesione a Dio, smascherando ogni rischio di formalismo religioso. Gesù si rivolge ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo con un interrogativo disarmante sulla concretezza delle scelte quotidiane, contrapponendo chi rifiuta inizialmente l’invito paterno ma poi si pente e vi si reca, a chi risponde prontamente con un ossequio verbale che rimane tuttavia sterile e senza seguito.
Il primo figlio rappresenta coloro che avvertono la fatica della chiamata, esprimono persino ribellione o stanchezza, ma lasciano che la coscienza si interroghi e si converta nel profondo, passando dal rifiuto all’azione. Il secondo figlio incarna invece il pericolo di una religiosità di facciata, fatta di parole formali e di un’appartenenza data per scontata che non si traduce mai in un reale cambiamento di vita o in un servizio autentico.
La forza provocatoria del testo emerge con chiarezza quando il Maestro applica la parabola al contesto storico e spirituale del tempo, ricordando come gli esclusi e i peccatori pubblici, tradizionalmente emarginati, abbiano saputo fare spazio alla conversione predicata da Giovanni Battista, credendovi. Al contrario, chi deteneva le sicurezze dottrinali e liturgiche è rimasto cristallizzato nelle proprie certezze, incapace di accogliere la novità dello Spirito e di lasciarsi interpellare dal perdono.
Questo passo si rivolge dunque a ogni comunità cristiana odierna, ammonendoci sul fatto che l’appartenenza ecclesiale non si misura sulle dichiarazioni di principio o sulle tradizioni ereditate, ma sulla disponibilità quotidiana a rimettersi in discussione. La vigna del Signore richiede braccia disposte a lavorare sul campo della storia, dove la coerenza non coincide con l’assenza di cadute, ma con la capacità costante di pentirsi, di rialzarsi e di compiere realmente la volontà del Padre.




